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Articolo 1369

Codice Civile

Espressioni con più sensi

Dispositivo dell'art. 1369 Codice Civile

Le espressioni che possono avere più sensi devono, nel dubbio, essere intese nel senso più conveniente alla natura e all'oggetto del contratto.

Ratio Legis

La regola tende a garantire che l'interpretazione del contratto sia logica, cioè coerente con la sua funzione economico-sociale.

Spiegazione dell'Articolo 1369 del Codice Civile

Le espressioni con più sensi e la interpretazione del linguaggio giuridico, tecnico e comune

Mentre l'articolo precedente concerne le clausole del contratto, l'art. 1369 invece, come è stato acutamente avvertito, concerne le espressioni usate dai contraenti. Le espressioni sono parti del discorso normativo che richiedono, esse pure, una valutazione conveniente da parte dell'interprete. I testi del 1942 e del 1865 sostanzialmente coincidono e provengono dal noto passo di Giuliano: «Quoties idem sermo duas sententia exprimit, ea potissimum excipiatur quae rei gerendae aptior est».

Le espressioni possono appartenere al linguaggio giuridico od a quello non giuridico. Il linguaggio giuridico è diverso nei vari sistemi ed anche talvolta nelle varie parti dello stesso sistema. Così per esempio, nello stesso diritto italiano le voci: amministrazione, azienda, ditta, servizio, sono usate in sensi molteplici. Ora, la norma dell'art. 1369, in quanto richiama, in primo luogo, la natura del contratto, vuole che si prenda il linguaggio giuridico secondo il significato che gli spetta nel settore del diritto in cui il contratto viene a cadere, tenendo anche conto, ove ne sia caso, delle definizioni date dal legislatore. E’ vero che, cosi facendo, si suppongono le parti edotte del linguaggio giuridico e dei suoi vari significati, ciò che può anche non corrispondere alla realtà: bisogna tuttavia ricordare che l'art. 1369 ha carattere non soltanto interpretativo, ma anche integrativo, per conseguenza esso si applica solo quando si sia inutilmente ricercata la volontà soggettiva dei contraenti.

Il linguaggio non giuridico può essere linguaggio comune o tecnico. Particolarmente per intendere quest'ultimo, quando esso sia inserito in un contratto, è necessario tener conto della materia che esso regola, come quella alla quale le parti verosimilmente vollero riferirsi. Un contratto, sotto questo aspetto può essere incomprensibile si profani ed allo stesso giudice, in quanto può essere irto di formule, di schemi, di conteggi, di nomenclature convenzionali. Tutto questo idioma va preso per quello che vuol dire; il giudice od i terzi se lo faranno spiegare dai periti, ove sia necessario, ma dovranno sempre ricercare il senso dei rapporti che si vollero regolare, desumendo il significato dei termini usati nel contratto, dall'indole della materia sulla quale le parti hanno stipulato.

Gli stessi rilievi valgono per il linguaggio convenzionale e quello abbreviato, di uso sempre più frequente nelle borse, nelle banche, nelle imprese trasporti e via di seguito. Tutto questo linguaggio, incorporato dal contratto, acquista la sua rilevanza; basti ricordare, ad esempio, le notissime clausole fob, cif. Anche i dettami della prassi, nel ramo particolare, debbono porsi a servigio della interpretazione contrattuale.

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 5754/1993

In presenza di due patti contrattuali, cia­scuno con chiaro significato, ma fra loro contrap­posti, trova applicazione il criterio ermeneutico di cui all'art. 1369 c.c., sull'interpretazione più conveniente alla natura ed all'oggetto del con­tratto, tenendo conto che la norma, riferendosi alle ipotesi di «espressioni con più sensi», include il caso in cui un duplice senso sia evincibile, anzi­ché dallo stesso contesto, da passi distinti del do­cumento negoziale.

Cass. n. 10816/1991

Nell'interpretazione delle disposizioni col­lettive di diritto comune — censurabile in sede di legittimità per violazione delle regole legali di er­meneutica contrattuale e per vizi di motivazione — il giudice del merito può far ricorso alla regola d'interpretazione oggettiva dettata dall'art. 1369 c.c., solo previa dimostrazione della insufficienza dell'interpretazione soggettiva secondo i criteri (aventi carattere prioritario) dettati dagli artt. da 1362 a 2365 dello stesso codice. (Nella specie — concernente la questione della legittimità del licenziamento alla stregua di una clausola col­lettiva statuente la comunicazione al lavoratore del provvedimento disciplinare con lettera racco­mandata entro un determinato termine — la S.C. ha cassato l'impugnata sentenza, censurandola per aver affermato senza adeguata motivazione l'ambiguità del dato letterale e per aver quindi ritenuto, alla stregua del detto criterio oggettivo, che la clausola richiedesse, nel termine fissato, la sola spedizione del provvedimento sanzionatorio, anziché la conoscenza di esso da parte del desti­natario, in contrasto con la natura di atto unilate­rale ricettizio propria del licenziamento).

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