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Articolo 1299

Codice Civile

Regresso tra condebitori

Dispositivo dell'art. 1299 Codice Civile

Il debitore in solido che ha pagato l'intero debito può ripetere dai condebitori soltanto la parte di ciascuno di essi [1203 n. 3] (1).
Se uno di questi è insolvente, la perdita si ripartisce per contributo tra gli altri condebitori, compreso quello che ha fatto il pagamento.
La stessa norma si applica qualora sia insolvente il condebitore nel cui esclusivo interesse l'obbligazione era stata assunta [1298] (2) (3).

Note

(1) I debitori contro cui si agisce in regresso sono obbligati parziariamente (1292 c.c.).

(2) Ciò accade, ad esempio, in caso di fideiussione.

(3) Nonostante la norma non statuisca nulla a riguardo, deve ritenersi applicabile anche al concreditore che ha ottenuto l'intera prestazione (1292 c.c.).

Ratio Legis

La norma, che contempla espressamente l'azione di regresso, è volta ad evitare che il debitore adempiente che la intraprende sopporti da solo il rischio di insolvenza degli altri debitori: perciò egli può chiedere a ciascun debitore la sua quota, fermo restando che l'insolvenza di uno grava anche su di lui perchè altrimenti otterrebbe un vantaggio indebito (2041 c.c.).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 20657/2009

In tema di obbligazioni solidali passive, il pagamento integrale da parte di uno dei coob­bligati, ed il successivo esperimento da parte di quest'ultimo dell'azione di regresso nei confronti degli altri condebitori, determinano l'esaurimen­to del lato interno dell'obbligazione. Ne consegue che quando sia stata pronunciata sentenza di condanna in solido nei confronti di più debitori ed uno di questi, dopo avere rifuso la propria quo­ta di obbligazione solidale ad altro condebitore in via di regresso, ai sensi dell'art. 1299 c.c., impugni vittoriosamente la sentenza di condanna, ove intenda ottenere la restituzione della somma pagata a titolo di regresso deve agire non nei confronti del condebitore che l'ha materialmente ricevuta, ma nei confronti del creditore, a nulla rilevando che la suddetta sentenza di condanna sia passata in giudicato nei confronti di altri coobbligati non impugnanti.

Cass. n. 18406/2009

In materia di obbligazione solidale, cia­scun debitore può agire in regresso nei confronti dell'altro a condizione che l'importo azionato non ecceda la parte di pertinenza del condebitore nei confronti del quale l'azione viene esercitata; ne consegue che, ove tale limite venga rispettato, l'azione di regresso può essere esercitata anche congiuntamente da più debitori che abbiano pa­gato l'intero debito, senza che il convenuto pos­sa opporre che uno di costoro ha pagato meno di quanto dovuto, poiché la ripartizione della somma cumulativamente azionata attiene ai rapporti interni tra condebitori.

Cass. n. 12691/2008

Il condebitore solidale, convenuto in giudi­zio dall'unico creditore, può promuovere l'azione di regresso di cui all'art. 1299 c.c. nei confronti degli altri coobbligati anche prima di aver paga­to la propria obbligazione, fermo restando che l'eventuale sentenza di accoglimento non potrà essere messa in esecuzione se chi l'ha promossa non abbia a sua volta adempiuto nei confronti del creditore principale.

Cass. n. 2469/2003

Sebbene la condanna alla rivalsa presup­ponga il già avvenuto pagamento, ad opera di colui in favore del quale la condanna è emessa, di quanto della rivalsa medesima debba formare oggetto, tuttavia non può negarsi l'interesse della parte a richiedere tale condanna, in via condizio­nata, contestualmente all'accertamento del pro­prio diritto, fermo restando che tale diritto non sorge se non a seguito dell'avvenuto pagamento della somma di cui il solvens pretende di ottenere rivalsa da altri. Su una tale domanda di con­danna il giudice è dunque tenuto a provvedere, non potendo limitarsi a considerarla assorbita in quella di mero accertamento del diritto di rivalsa, essendo quest'ultima inidonea alla formazione di un titolo esecutivo.

In caso di obbligazione solidale dal lato passivo, l'accertamento del debito nei riguardi di uno solo dei condebitori non richiede la neces­saria partecipazione al giudizio anche dell'altro e non fa stato nei suoi confronti. Ciò non impedi­sce tuttavia al debitore escusso di agire in rivalsa verso il condebitore solidale, adducendo il fatto di aver dovuto soddisfare le ragioni del comune creditore, fermo restando che il convenuto in questo secondo giudizio è libero di proporre tutte le eccezioni idonee a paralizzare la pretesa dell'attore, anche in relazione a quanto già accertato nella precedente causa cui egli non ha partecipa­to.

Cass. n. 4507/2001

Nell'azione di regresso fra condebitori, pre­vista dall'art. 1299 c.c., il debitore che ha adem­piuto il debito comune fa valere il suo diritto alla surrogazione legale a norma dell'art. 1203 n. 3 c.c., con la conseguenza che diventano a lui op­ponibili non solo le eccezioni relative al rapporto interno di solidarietà, ma anche quelle opponibili al creditore in solido, relative a limitazioni, de­cadenze e prescrizioni inerenti al diritto che ha formato oggetto di surrogazione. In tale azione, inoltre, il termine d'inizio della prescrizione coincide con quello in cui il debitore in solido abbia adempiuto l'intera obbligazione.

Cass. n. 12366/1998

In tema di obbligazioni, la presunzione di solidarietà dettata con riferimento ai rapporti esterni tra creditore e plurabilità di debitori non si estende ai rapporti interni tra i condebitori solidali, spiegando, per converso, efficacia, tra questi ultimi, l'opposto principio della parziarietà dell'obbligazione, con la conseguenza che, nella ipotesi di pagamento parziale del debito solidale, al condebitore adempiente spetta l'azione di regresso nei confronti degli altri condebitori sol­tanto se la somma da lui pagata ecceda la quota di sua spettanza, e soltanto nei limiti di tale ec­cedenza, previa concreta dimostrazione, in sede giudiziaria, che la prestazione da lui esecutiva risulti effettivamente superiore alla sua quota.

Cass. n. 5106/1998

L'obbligazione solidale passiva non com­porta, sul piano processuale, l'inscindibilità delle cause e non dà luogo a litisconsorzio necessario in quanto, avendo il creditore titolo per rivalersi per l'intero nei confronti di ogni debitore, è sempre possibile la scissione del rapporto processuale, il quale può utilmente svolgersi anche nei confronti di uno solo dei coobbligati. Conseguentemente, nel caso di giudizio di impugnazione proposto da uno solo dei condebitori solidali. La sentenza passa in giudicato nei confronti del condebitore non impugnante.

Cass. n. 2011/1994

I condebitori, nei cui confronti il debitore che ha adempiuto fa valere il suo diritto di regres­so, possono opporre i fatti estintivi, impeditivi o limitativi del debito comune solo se questi fatti, essendo precedenti alla data dell'adempimento, avrebbero potuto essere opposti al creditore nel momento dell'adempimento, e non anche se si tratta di fatti successivi, dei quali pretendano di avvantaggiarsi ai danni del coobbligato che ha pa­gato.

Cass. n. 5619/1987

La sentenza dichiarativa della filiazione na­turale produce, ai sensi dell'art. 277 c.c., gli stessi effetti del riconoscimento, per cui pone a carico del genitore, fin dalla nascita del figlio, tutti i doveri inerenti al rapporto di filiazione legittima (art. 261 c.c.), compresi quelli di mantenimento, educazione e istruzione. Pertanto, il genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio, ha di­ritto di ripetere la quota delle relative spese nei confronti del soggetto del quale è stata accertata la paternità o la maternità naturale, in applica­zione analogica dell'art. 1299 c.c., che prevede il regresso tra condebitori solidali quando l'obbliga­zione sia stata adempiuta da uno solo di essi, alla stregua del principio che si trae dall'art. 148 (ri­chiamato dall'art. 261 c.c. per la filiazione naturale) che, prevedendo l'azione giudiziaria contro il genitore inadempiente, postula il diritto di quello adempiente di agire in regresso nei confronti del­l'altro.

Cass. n. 2540/1975

Il coobbligato solidale intanto può proporre l'azione di regresso ai sensi dell'art. 1299 c.c., in quanto abbia già effettuato un pagamento valido ed efficace che, da un lato, giustifichi la richiesta di rivalsa della somma eccedente l'ammontare della propria quota e, dall'altro, assicuri ai con­debitori escussi l'estinzione dell'obbligazione nei loro confronti. Pertanto, qualora si tratti di obbli­gazione solidale al risarcimento dei danni ai sensi dell'ars. 2055 c.c., la prescrizione dell'azione di re­gresso decorre dall'avvenuto pagamento e non già dal giorno dell'evento dannoso.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 1299 del c.c.

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30/10/2015 Liguria
Umberto B. chiede

Il mio primogenito, quando aveva circa 21 anni, ha avuto rapporti sessuali occasionali con una donna più grande, che è rimasta incinta di una bimba. All'epoca chiedemmo la prova del DNA per ben 2 volte, rifiutata dalla madre. A distanza di molti anni compare la figlia con una richiesta di mantenimento e arretrati delle spese sostenute dalla nascita. E' possibile che per la scellerata decisione della madre oggi si debba reperire cifre non gestibili dal nostro portafoglio? E poi, in questo caso, dove la madre ha messo per iscritto che "non ha voluto" fare il DNA per "paura di perdere la bimba", noi nonni paterni non possiamo chiedere, a nostra volta, un risarcimento danni morali per la mancata affettività di una nipotina? (ammesso che sia tale?)

Consulenza giuridica i 05/11/2015

La prima questione concerne la richiesta di mantenimento avanzata dalla nipote del richiedente, in ipotesi Caietta (chiameremo Caia la madre di lei e Tizio il figlio del richiedente).

L'obbligo di mantenimento di un figlio ha come presupposto lo stato di filiazione[7def], cioè la dimostrazione di essere figlio del genitore cui il mantenimento è richiesto. Caietta, quindi, dovrà innanzitutto provare di essere figlia di Tizio.

A riguardo si ricorda che l'azione di accertamento giudiziale della paternità o maternità è imprescrittibile riguardo al figlio (art.
270 co. 1 c.c.); e che la prova della paternità o maternità può essere data con qualsiasi mezzo (art. art. 269 del c.c.).

Per quanto poi attiene al diritto al mantenimento, è utile guardare alle pronunce della giurisprudenza. Questa, infatti, ha stabilito che esso matura in capo al figlio già con la nascita, con la conseguenza che se anche il figlio è riconosciuto da un solo genitore, l'altro è comunque tenuto al mantenimento anche per il periodo anteriore alla pronuncia di maternità o paternità giudiziale (Cass. 23596/2006).

La legittimazione a chiedere il mantenimento "arretrato", però, non spetta al figlio, perché questo ha già goduto del mantenimento del genitore che lo aveva riconosciuto. Piuttosto sussiste un diritto in capo a quest'ultimo a chiedere il rimborso delle spese versate sin dalla nascita per il figlio; si tratta di azione di regresso tra condebitori solidali ex art. 1299 del c.c. (Cass. 23596/2006). Questa azione, però, secondo la giurisprudenza dominante non può essere esercitata se non da quando [def ref=682]passa in giudicato la sentenza che accerta lo status di figlio, e questo momento segna anche il giorno da cui inizia a decorrere la prescrizione del diritto stesso (Cass. 23596/2006; v. anche Cass. 10124/2004 per il caso, analogo per quanto qui rileva, di azione di riconoscimento del figlio).
In sostanza, dice la Cassazione, "se gli effetti della sentenza di accertamento della paternità o maternità naturale retroagiscono alla data della nascita, soltanto per effetto della pronuncia si costituisce lo status di figlio legittimo, si che prima di tale momento non può neppure configurarsi la giuridica possibilità di far valere diritti che quello status ed il conseguente rapporto genitoriale presuppongano. Tale conclusione vale anche per l'azione di ripetizione pro quota, nei confronti dell'altro genitore, delle spese sostenute per il mantenimento e l'educazione del figlio naturale." (Cass. 23596/2006).

In relazione al quantum dovuto da Tizio, il diritto di regresso ex art. 1299 del c.c. presuppone che questo quantum sia accertato; sebbene possa essere poi determinato in via equitativa, esso va comunque limitato agli esborsi, concreti o presumibili, sostenuti dall'altro genitore (Cass. 22506/2010).

Ci viene poi chiesto se sia configurabile in capo ai nonni - o meglio ai soggetti che dovessero rivelarsi tali all'esito dell'azione sopraccitata - un danno per la mancanza di un rapporto affettivo con la nipote.

Il rapporto parentale è riconosciuto dalla giurisprudenza come situazione meritevole di tutela, anche sul piano della relazione tra nonni e nipote: pertanto la sua perdita è situazione idonea a generare un danno (v. Cass. Pen. 29735/2012). Tuttavia il concetto di perdita del rapporto presuppone che un rapporto ci sia stato. Lo stesso art. 317 bis del c.c., nell'attuale formulazione, riconosce in capo agli ascendenti un diritto di mantenere rapporti significativi.

Nel caso sottoposto si lamenta una diversa situazione, cioè quella di non aver mai potuto godere di questa relazione affettiva.
In tal senso alcune sentenze hanno riconosciuto il danno da "perdita del frutto del concepimento" in capo ai genitori, sofferenti per la lesione dell'integrità della propria comunità familiare, cioè del diritto alla genitorialità (Tribunale Varese, sent. 14/3/2012; Cass. 2677/1998). I nonni, quindi, dovrebbero dimostrare di aver subito questo pregiudizio: la perdita della possibilità di sviluppare un rapporto affettivo con la nipote.

Tuttavia, il danno non è risarcibile di per sé ma se conseguenza di illecito ex art. 2043 del c.c., il quale sussiste se ci sono: una condotta illecita, la sua imputabilità al danneggiante, il dolo o la colpa di questi, il danno ed il nesso causale tra fatto e danno. I nonni dovrebbero dare la prova di tutti questi elementi.
In particolare, non c'è illiceità se la condotta del danneggiante è esercizio di un diritto che l'ordinamento gli riconosce. In questo senso riteniamo che potrebbe essere difficile provare questa illiceità. Infatti il rifiuto di Caia di sottoporre Caietta alla prova del DNA potrebbe essere ritenuto espressione del suo diritto ad esercitare la potestà genitoriale quale genitore che ha riconosciuto il figlio (v. art. 317bis c.c. anteriore alla riforma).


15/03/2015 Lazio
Margherita I. chiede

Buona sera, volevo porre un quesito riguardo alla mia situazione. Avendo firmato come coobligato per un finanziamento fatto da mia nipote circa due anni fa - premetto che sia io che lei abbiamo un contratto a tempo indeterminato - mi sono ritrovata a dover pagare almeno 14 rate del suddetto finanziamento perché lei non paga; per fare questo mi sono super indebitata, questo perché ho anche io dei miei finanziamenti in atto che sto pagando regolarmente con grande sacrificio, le mie entrate non mi permettono di pagare anche il suo debito. Ho anche scritto alla finanziaria esponendo la mia situazione ma la loro risposta è stata negativa, come posso fare per uscire da questa situazione? Esiste un modo per cui la finanziaria possa richiedere i pagamenti in modo primario a mia nipote, visto che e la principale richiedente del finanziamento ed a un reddito fisso anche piu alto del mio? Posso recedere dal contratto esistendo questi presupposti? Vi prego di aiutarmi con il vostro consiglio perché non so più cosa fare.Vi ringrazio in anticipo per una vostra risposta.

Consulenza giuridica i 23/03/2015

E' prassi che, al momento della concessione di un prestito personale, venga richiesta al soggetto che chiede il finanziamento la presentazione di garanzie reali (pegno o ipoteca) o personali (una persona che faccia da "garante" con il suo patrimonio).
La garanzia personale è di norma prestata con due modalità:
1- mediante cointestazione del finanziamento;
2- mediante fideiussione (un terzo si limita a garantire l'adempimento di un'obbligazione altrui, artt. 1936 e seguenti c.c.).

1.
Nel primo caso, si hanno due obbligati principali, ciascuno tenuto in solido a restituire il prestito: "in solido" significa che il creditore (ente erogante) può chiedere a ciascuno dei due l'intero debito. Tuttavia, nei rapporti interni tra i due debitori, essi dovranno riequilibrare la situazione, nel senso che se l'accordo tra loro è che a ciascuno spetti il 50% del pagamento, se uno dei due abbia pagato anche per l'altro, questi sarà tenuto a rimborsare l'anticipo. Ai sensi dell'art. 1298 del c.c., se i due debitori nulla hanno previsto (ad esempio, con un loro accordo), le parti di ciascuno si presumono uguali.

Naturalmente, laddove vi sia cointestazione del mutuo, va da sé che a entrambi i soggetti spetta il godimento del denaro prestato. Quindi, non è possibile che, ad esempio, - salva sempre l'esistenza di accordi di altro tipo tra le parti - vengano prestati 10.000 euro a Tizio e Caio, essi paghino ciascuno 5.000 euro, ma con i 10.000 euro Tizio acquisti una macchina per sé e Caio non riceva alcun beneficio.
Ciò premesso, nel caso di specie, se si fosse trattato di cointestazione del finanziamento, la zia che ha finora effettuato tutti i pagamenti avrà diritto di rivalersi sulla nipote per il 50%, mentre non può impedire alla finanziaria di chiedere a lei tutti i pagamenti, in virtù del rapporto di solidarietà.

2.
Trattandosi, al contrario, di fideiussione, il debitore principale rimane uno (colui, cioè, che può godere della somma finanziata ma che deve poi restituirla per intero): il fideiussiore è solo un garante, il che significa che il creditore può chiedergli di saldare il debito del debitore principale, ma che poi egli potrà rivalersi interamente su quest'ultimo, in quanto si trattava di un suo debito (art. 1949, "Il fideiussore che ha pagato il debito è surrogato nei diritti che il creditore aveva contro il debitore"; art. 1950, il fideiussore che ha pagato ha regresso contro il debitore principale, comprensivo di capitale, interessi e spese che il fideiussore ha fatto dopo che ha denunziato al debitore principale le istanze proposte contro di lui; il fideiussore inoltre ha diritto agli interessi legali sulle somme pagate dal giorno del pagamento).

Purtroppo, di regola non esiste un beneficio d'escussione a favore del fideiussore: cioè, a meno che non sia stato espressamente convenuto che il garante non è tenuto a pagare prima dell'escussione del debitore principale, il creditore può rivolgersi per primo al fideiussore stesso (art. 1944 del c.c.). Nel caso di specie, dalla risposta negativa ottenuta dalla finanziaria, si evince che non vi sia un patto di preventiva escussione del debitore principale (zia): quindi, l'ente ha diritto a chiedere il pagamento prima alla zia.

Nella situazione in esame ci sembra che l'unica strada possibile sia quella di rivolgersi direttamente alla nipote: laddove si sia rilasciata una fideiussione, si potrà chiedere il rimborso dell'intera somma versata; se, invece, si sia trattato di cointestazione del finanziamento - salvo esistano accordi differenti - si potrà chiedere il rimborso del 50%.
Si deve procedere prima con raccomandata, e poi, in caso di omesso pagamento spontaneo, in via giudiziale (si può valutare il deposito di un ricorso per decreto ingiuntivo, artt. 633 e seguenti c.p.c.: esistendo documentazione scritta che attesta la situazione, si può ottenere facilmente tutela in via giudiziale).

Altra soluzione, ma più difficile da realizzare, sarebbe quella di far firmare alla nipote e all'ente un patto di preventiva escussione ai sensi dell'art. 1944 sopra citato, ma si tratta di un patto volontario, che richiede una adesione spontanea e non può quindi essere coartato.


25/01/2014 Sardegna
giovanni maria c. chiede

A fronte di un debito verso Equitalia, rinveniente da un atto di compravendita e successivo atto di accertamento di valore, sono solidalmente responsabile insieme ad altra persona per l'importo di circa 13.000,00 euro. Equitalia ha notificato la cartella di pagamento soltanto al sottoscritto, essendo l'altro debitore irreperibile. Il sottoscritto ha ottenuto da Equitalia la rateizzazione del debito per sette anni. L'azione di regresso verso l'altro debitore posso esperirla soltanto dopo aver pagato l'intero debito oppure posso ottenere Decreto ingiuntivo dopo il pagamento parziale del debito? Si tenga conto che il debito è stato iscritto a ruolo a mio carico e che pertanto sarò costretto comunque a pagarlo. Vi sarei grato se vorrete indicarmi una possibile soluzione. In attesa porgo distinti saluti.

Consulenza giuridica i 04/02/2014

La solidarietà passiva consiste nella situazione in cui, in relazione ad una obbligazione, più debitori sono obbligati tutti per la medesima prestazione, in modo che ciascuno può essere costretto all'adempimento per la totalità e l'adempimento da parte di uno libera gli altri (art. 1292 del c.c.).
Nei rapporti esterni, quindi, la legge attribuisce al creditore la facoltà di chiedere l'adempimento dell'esatta prestazione ad uno qualunque dei condebitori: la ratio dell'istituto della solidarietà passiva è precisamente quello di rafforzare il credito.
Quanto ai rapporti interni tra condebitori, l'art. 1298 del c.c. stabilisce che l'obbligazione in solido si divide presuntivamente in parti uguali, salvo che sia contratta nell'interesse esclusivo di alcuno di essi.

Il condebitore che abbia pagato il credito anche per la quota spettante ad altri ha diritto di regresso nei confronti dell'altro debitore.
L'art. 1299 del c.c. disciplina tale azione di regresso stabilendo che "Il debitore in solido che ha pagato l'intero debito può ripetere dai condebitori soltanto la parte di ciascuno di essi".
A prescindere dalla copiosa produzione dottrinale circa i rapporti tra l'azione ex art. 1299 c.c. e l'azione di surrogazione, che in questa sede non rilevano, è importante invece stabilire il momento a partire dal quale l'azione di regresso può essere esercitata.
Il presupposto indefettibile per l'esercizio del diritto di regresso è il pagamento del debito comune da parte di uno dei coobbligati.
La giurisprudenza di legittimità e larga parte della dottrina ammettono che anche l'adempimento parziale possa giustificare l'azione di regresso, a condizione però
- che colui che ha pagato lo abbia fatto in misura "superiore" rispetto alla sua quota interna;
- che il solvens chieda all'altro debitore solo l'eccedenza pagata (per un debito di 100, ripartito internamente in 50 e 50, se un debitore paga 70, potrà agire per ottenere 20 dall'altro debitore, ma non per ottenere anche il 30 che ancora non ha pagato).
Sul punto si veda Cass. civ., 19 gennaio 1984, n. 459, che ha fondato l'ormai consolidato orientamento sopra richiamato: "Nei rapporti interni tra i condebitori solidali (nella specie per debito d'imposta) cessa di operare il vincolo della solidarietà, imposta a garanzia e nell'interesse del creditore, e torna ad avere esclusiva rilevanza il principio della parzialità dell'obbligazione, e pertanto, nel caso di parziale pagamento del debito solidale, al condebitore solvente spetta l'azione di regresso ex art. 1299 cod. civ. nei confronti degli altri condebitori, soltanto se la somma pagata ecceda la sua quota nei rapporti interni, e nei limiti di tale eccedenza".

Nel caso di specie, quindi, colui che sta pagando il debito di cui è contitolare con altri, potrà esercitare nei confronti dell'altro debitore azione di regresso anche laddove abbia pagato una parte della quota altrui; ma non potrà ottenere l'intero ristoro di quanto dovrebbe versare il condebitore, almeno non fino a che non avrà pagato al creditore l'intera quota dell'altro.


23/02/2011 Veneto
Vittorio chiede

Due persone con atto notarile unico acquistano due appartamenti. Anche il conseguente mutuo bancario e la relativa rata è pagata su conto corrente cointestato. Si chiede: qualora uno dei due intenda pagare anticipatamente la propria quota di mutuo rispetto al valore del suo immobile ipotecato, uscendo così dal rapporto con la banca creditrice, estingue anche la sua ipoteca con la banca stessa? Cioè non corre il rischio di trovarsi in via solidale vincolato al rimanente creditore della banca malgrado le rate siano puntualmente pagate e soprattutto il valore dell'immobile vincolato superi di gran lunga la cifra rimasta del mutuo stesso? Grazie.

Consulenza giuridica i 25/02/2011

L'ipoteca è un diritto reale di garanzia che attribuisce al creditore il potere di espropriare il bene e di essere soddisfatto con preferenza sul prezzo ricavato. Essa può avere ad oggetto beni immobili, beni mobili registrati, rendite dello Stato, diritto di superficie, dell'enfiteuta, del nudo proprietario, dell'usufruttuario e del concedente. Nel caso di specie, si deve ritenere che l'ipoteca sia stata iscritta su entrambi i beni immobili.

Ai sensi dell'art. 2809 del c.c. l'ipoteca è indivisibile e sussiste per intero sopra tutti i beni vincolati, sopra ciascuno di essi e sopra ogni loro parte. Pertanto, l'ipoteca permane sull'intero bene pur quando il debito sia in parte adempiuto (ad esempio, perché uno dei condebitori ha versato interamente la sua quota, come nel caso di specie).

Sebbene l'ipoteca non possa essere cancellata, in quanto l'obbligazione non si è estinta, il debitore è legittimato a chiedere la riduzione dell'ipoteca perché si è verificata una estinzione parziale (art. 2873 del c.c., comma 2: "Tuttavia, se sono stati eseguiti pagamenti parziali così da estinguere almeno il quinto del debito originario, si può chiedere una riduzione proporzionale per quanto riguarda la somma").

Al fine di tutelarsi maggiormente, il debitore che ha estinto la propria parte di debito potrà chiedere la divisione della comunione sui due immobili, affinché l'ipoteca sull'immobile a lui assegnato possa essere cancellata per estinzione del suo rapporto obbligatorio con l'istituto di credito.


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