Brocardi.it - L'avvocato in un click! CHI SIAMO   CONSULENZA LEGALE

Articolo 1227 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Concorso del fatto colposo del creditore

Dispositivo dell'art. 1227 Codice civile

Se il fatto colposo del creditore (1) ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate [2055] (2).
Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza [1175, 2056] (3) (4).

Note

(1) Il creditore risponde anche del concorso del fatto colposo dei propri ausiliari (1228 c.c.).
(2) La diminuzione del risarcimento non è ancorata semplicemente alla condotta del creditore bensì alla colpa di questi, con un chiaro riferimento al profilo soggettivo.
(3) Il creditore ha il dovere di non aggravare le conseguenze negative dell'inadempimento, principio che costituisce corollario del dovere di buona fede e correttezza (1175 c.c.).
(4) Nonostante il codice non lo affermi espressamente, si ritiene che il risarcimento debba essere diminuito anche dell'eventuale vantaggio tratto dal creditore dall'inadempimento, secondo la regola della compensatio lucro cum damno.

Ratio Legis

La norma è prevista allo scopo di non far gravare sul debitore le conseguenze dell'illecito che non sono a lui imputabili. Così, egli non deve rispondere quando la condotta del creditore genera danni o aggrava quelli già prodotti.

Brocardi

Diligentia
Nemo debet lucrari ex alieno damno
Quod quis ex sua culpa damnum sentit, damnum sentire non videtur

Spiegazione dell'art. 1227 Codice civile

Nesso di causalità tra colpa e danno

Il presupposto dell'obbligo del risarcimento, che si sostanzia nella colpa del debitore, implica che tra questa ed il danno corra quel nesso di causalità necessario, di cui si è discorso commentando l’art. 1223.

Ma su quel nesso, un particolare evento può influire sì da attenuarne gli effetti; l'evento consiste nel concorso del fatto o del comportamento colposo del creditore; il debitore risponderà, perciò, delle conseguenze derivanti dalla sua colpa in misura attenuata.


Concorso del fatto colposo del creditore

L’art. 1227 consacra un principio già enunciato, nel silenzio del codice del 1865, dalla dottrina e dalla giurisprudenza.

Si ricorderà come, posto il problema se, nel caso di concorso di colpa del creditore nella determinazione del danno, sia dovuto l'intero risarcimento o se questo debba ridursi proporzionalmente, considerato che quando concorrono più cause poste in essere da soggetti diversi, essi nei rapporti interni rispondono in proporzione del grado di colpa efficiente ascrivibile a ciascuno, si era affermato che quando uno dei soggetti in colpa efficiente fosse lo stesso danneggiato, la responsabilità del danneggiante doveva ridursi in proporzione dell'efficienza della colpa del danneggiato.

Per l'esegesi dell'articolo in commento si rilevi:
a) che diminuzione della misura del risarcimento non significa elisione delle colpe e, quindi, liberazione del debitore dall'obbligo di rispondere delle conseguenze che derivano dalla sua colpa; e non può il concorso delle due colpe produrre tali effetti sia perché l’art. 1227 parla solo di diminuzione (della misura) del risarcimento, mentre nel cpv. questo è esplicitamente escluso, sia perché sussiste sempre il fatto colposo del debitore, pur se con esso abbia concorso, nella determinazione del danno, il fatto colposo del creditore. Se il danno, che il creditore afferma di aver subito, ha come causa esclusiva e determinante la sua colpa, è chiara la sua responsabilità verso il debitore, poiché per lui vale il principio: quisquis ex culpa sua damnum sentit, non intelligitur damnum sentire.
b) che quella diminuzione può essere determinata solo da un concorso di colpe (c.d. concorso di colpa comune); resta perciò escluso un concorso di colpa e dolo, poiché l'entità di questo è tale da superare quella;
c) che non è richiesta l'identità della natura delle due colpe, in quanto rilevante, ai fini dell'attenuazione degli effetti della colpa, è il concorso delle due cause efficienti del danno;
d) che, infine, il decidere sull'entità di ciascuna delle due colpe rientra nei compiti del giudice, al quale la norma in esame, con la sua duttilità, permette non solo di valutare equitativamente le posizioni delle parti, ma di ritenere sulla colpa di una di esse prevalente la colpa dell'altra.

Relazione al Libro delle Obbligazioni

(Relazione del Guardasigilli al Progetto Ministeriale - Libro delle Obbligazioni 1941)

39 Che il danno, quando non sia provato nel suo preciso ammontare, possa essere liquidato dal giudice con valu­tazione equitativa (art. 22), e principio ormai ricevuto nella­ pratica e nella scienza giuridica italiana; così com'è ricevuto l'altro principio che limita il risarcimento quando il danneggiato ha concorso a produrre la lesione o avrebbe potuto, con l'ordinaria diligenza, impedirne l'aggravamento (art. 23).
Non ho ritenuto, su quest'ultimo punto, di chiarire, come­ si suggeriva in relazione all'art. 78 del progetto della Com­missione reale, che al concorso di colpa del danneggiato debba equipararsi il concorso di colpa dei suoi commessi: tale equiparazione si desume dal rilievo che, in base al progetto da me elaborato (art. 123), ciascuno risponde della colpa dei suoi ausiliari come di un fatto proprio. Ho creduto, invece, di migliorare la formulazione dell'ar­ticolo 78 nel punto in cui esso affermava che il risarcimento deve diminuirsi in proporzione del concorso del fatto del danneggiato. Questa dizione, non accennando a colpa del danneggiato, farebbe credere che anche il fatto non colposo di chi subisce il danno è causa di diminuzione della prestazione del risarcimento: per evitare equivoci ho espressamente dichiarato che, se a produrre il danno ha contribuito lo stesso danneggiato, l'obbligazione di risarcimento è ridotta in pro­porzione della gravità della colpa di costui.

Massime relative all'art. 1227 Codice civile

Cass. n. 5679/2016

In tema di responsabilità per fatto illecito doloso, l'art. 1227 c.c., concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiato, non è applicabile nell'ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell'autore del delitto, di tenere la condotta illecita che colpisce la persona offesa, costituisce causa autonoma del danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connessione rispondente ad un principio di regolarità causale. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la riduzione del risarcimento del danno conseguente a lesioni personali subite all'interno di una discoteca e consumate da "buttafuori").

Cass. n. 4865/2016

In tema di risarcimento del danno cui è tenuto il datore di lavoro in conseguenza del licenziamento illegittimo e con riferimento alla limitazione dello stesso, ex art. 1227, secondo comma, c.c., in relazione alle conseguenze dannose discendenti dal tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, le stesse non sono imputabili al lavoratore tutte le volte che – sia che si tratti di inerzia endoprocessuale che di inerzia preprocessuale – le norme attribuiscano poteri paritetici al datore di lavoro per la tutela dei propri diritti e per la riduzione del danno. (In applicazione di tale principio la Corte Cass., confermando la sentenza di merito, ha riconosciuto l'esistenza di analoghi poteri del datore di lavoro in ordine al promovimento del tentativo di conciliazione).

Cass. n. 11698/2014

L'esposizione volontaria ad un rischio, o, comunque, la consapevolezza di porsi in una situazione da cui consegua la probabilità che si produca a proprio danno un evento pregiudizievole, è idonea ad integrare una corresponsabilità del danneggiato e a ridurre, proporzionalmente, la responsabilità del danneggiante, in quanto viene a costituire un antecedente causale necessario del verificarsi dell'evento, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., e, a livello costituzionale, risponde al principio di solidarietà sociale di cui all'art. 2 Cost. avuto riguardo alle esigenze di allocazione dei rischi (riferibili, nella specie, all'ambito della circolazione stradale) secondo una finalità comune di prevenzione, nonché al correlato obbligo di ciascuno di essere responsabile delle conseguenze dei propri atti. (Nella specie, in applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto sussistente il concorso di colpa del danneggiato per aver partecipato come passeggero ad una gara automobilistica clandestina).

Cass. n. 470/2014

L'esercizio dell'azione giudiziaria costituisce una mera facoltà e non un obbligo del titolare, sicché il mancato ricorso all'autorità giudiziaria per la determinazione del prezzo ai sensi dell'art. 1474 cod. civ. non integra un concorso colposo del danneggiato e non giustifica una riduzione del risarcimento ex art. 1227, primo comma, cod. civ.

Cass. n. 9137/2013

In tema di esclusione, ai sensi dell'art. 1227, comma secondo, cod. civ., della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l'onere di provare la violazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l'evitabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezione in senso stretto.

Cass. n. 10526/2011

Qualora la messa in circolazione di un vei­colo in condizioni di insicurezza (nella specie, un ciclomotore con a bordo tre persone, di cui uno minore d'età, in violazione dell'art. 170 cod. strada) sia ricollegabile all'azione o omissione non solo del conducente - il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che questa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza - ma anche del trasportato, il quale ha accettato i rischi della circolazione, si verifica un ipotesi di cooperazione colposa dei predetti nella condotta causativa del fatto evento dannoso. Per­tanto, in caso di danni al trasportato medesimo, sebbene la condotta di quest'ultimo non sia idonea di per sé ad escludere la responsabilità del condu­cente, né a costituire valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indi­sponibili, essa può costituire un contributo colposo alla verificazione del danno, la cui quantificazione in misura percentuale è rimessa all'accertamento del giudice di merito, insindaca­bile in sede di legittimità se correttamente motiva­to.

Cass. n. 7771/2011

L'obbligo di non aggravare il danno, imposto dall'art. 1227, comma secondo, c.c. a carico del danneggiato, impone a quest'ultimo di attivarsi per scegliere la condotta maggiormente idonea a contemperare il proprio interesse con quello del debitore alla limitazione del danno e deve ritenersi violato nel caso in cui il danneggiato trascuri di adottare tale condotta, pur potendolo fare senza sacrificio. (Nella specie, la S.C. ha confermato, sul punto, la sentenza impugnata, che aveva escluso la risarcibilità del danno patito dal committente per avere questi, sul presupposto di non poter disper­dere la prova dell'inadempimento dell'appaltatore, atteso otto anni prima di eliminare i vizi da que­st'ultimo causati nella realizzazione dell'immobile, senza attivarsi a richiedere un accertamento tecni­co preventivo).

Cass. n. 12714/2010

In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso (di cui al primo comma dell'art. 1227 c.c.) va distinta da quella (disciplinata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso dan­neggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché - mentre nel primo caso il giudice deve procedere d'ufficio all'indagine in ordine al con­corso di colpa del danneggiato, sempre che risul­tino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso - la seconda di tali situazioni forma oggetto di un'eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costitui­sce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede.

Cass. n. 10607/2010

In tema di responsabilità aquiliana, il nesso causale è regolato dai principi di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per i quali un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cosiddetta teoria della "con­dicio sine qua non"), nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base della quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono - ad una valutazione "ex ante" - del tutto inverosimili; a tal fine il comportamento colposo del danneg­giato, quando non sia da solo sufficiente ad inter­rompere il nesso causale, può tuttavia integrare, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, c.c., un con­corso di colpa che diminuisce la responsabilità del danneggiante. (Nella specie, la S.C. ha confer­mato la sentenza di merito che aveva ritenuto sus­sistente una percentuale di responsabilità, a titolo di "culpa in eligendo", a carico del committente del lavoro di abbattimento di un muro per averlo affidato ad un operaio che non aveva nessuna esperienza specifica come muratore, sicché dalla maldestra esecuzione del lavoro era derivata la morte dell'operaio stesso).

Cass. n. 9038/2010

In tema di risarcimento dei danni da diffa­mazione a mezzo della stampa, l'istanza di rettifica costituisce una facoltà attribuita all'interessato dal­l'art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, ed avente la finalità di evitare che la pubblicazione offensiva dell'altrui prestigio e reputazione possa continuare a produrre effetti lesivi, ma non elimina i danni già realizzati; conseguentemente, il mancato esercizio di tale facoltà, mentre incide, ai sensi dell'art. 1227, primo comma c.c., sulla quantificazione del danno, ove si accerti che lo stesso avrebbe potuto essere attenuato con la rettifica, non rileva ai fini del secondo comma dello stesso art. 1227, atteso che la pubblicazione della rettifica non può esclu­dere il carattere diffamatorio della dichiarazione, qualora l"'eventus damni" si sia già realizzato con la pubblicazione delle dichiarazioni offensive.

Cass. n. 1002/2010

Ai fini della determinazione della riduzione del risarcimento del danno in caso di accertato concorso colposo tra danneggiante e danneggiato in materia di responsabilità extracontrattuale, oc­corre - ai sensi dell'art. 1227, comma primo, c.c. - porre riferimento sia alla gravità della colpa e che all'entità delle conseguenze che ne sono derivate. In particolare, la valutazione dell'elemento della gravità della colpa deve essere rapportata alla mi­sura della diligenza violata e, solo se non sia possi­bile provare le diverse entità degli apporti causali tra danneggiante e danneggiato nella realizzazione dell'evento dannoso, il giudice può avvalersi del principio generale di cui all'art. 2055, ultimo comma, c.c., ossia della presunzione di pari con­corso di colpa, rimanendo esclusa la possibilità di far ricorso al criterio equitativo (previsto dall'art. 1226 c.c. e richiamato dall'art. 2056 c.c.), il quale può essere adottato solo in sede di liquidazione del danno ma non per la determinazione delle sin­gole colpe.

Cass. n. 14548/2009

Quando la vittima di un fatto illecito abbia concorso, con la propria condotta, alla produzio­ne del danno, l'obbligo del responsabile di risar­cire quest'ultimo si riduce proporzionalmente, ai sensi dell'art. 1227, comma primo, c.c., anche nel caso in cui la vittima fosse incapace di intendere e di volere, in quanto l'espressione "fatto colposo" che compare nell'art. 1227 c.c. deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamen­te in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo.

Cass. n. 24320/2008

Il concorso del fatto colposo del danneg­giato, che ai sensi dell'art. 1227 cod. civ esclude o limita il diritto al risarcimento, non può es­sere invocato allorché la vittima del fatto illecito abbia omesso di rimuovere tempestivamente una situazione pericolosa creata dallo stesso dan­neggiante, dalla quale - col concorso di ulteriori elementi causali - sia derivato il pregiudizio del quale si chiede il risarcimento. (Nella specie l'im­presa appaltatrice dei lavori di costruzione di una autostrada, omettendo di smaltire i materiali di risulta accumulatisi nel corso dei lavori, aveva determinato l'ostruzione dei canali di scolo delle acque reflue a protezione di una linea ferrovia­ria, con la conseguenza che l'acqua piovana, non trovando una via di deflusso, aveva provocato una frana sui binari e l'interruzione del traffico ferroviario. La S.C., affermando il principio di cui in massima, ha confermato la sentenza di merito la quale aveva escluso una corresponsabilità del gestore la rete ferroviaria, per non avere tempestivamente ripristinato i canali di scolo).

Cass. n. 24080/2008

In tema di risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al ve­rificarsi dell'evento dannoso (ipotesi regolata dal­l'art. 1227, primo comma, c.c.) è rilevabile d'uf­ficio, per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un'eccezione in senso proprio, costituendo mera difesa, a differenza dell'aggra­vamento del danno derivante dal comportamento colposo successivo del danneggiato, previsto dal secondo comma della medesima disposizione; ma quando, come nella specie, il debitore si sia limitato in primo grado ad una contestazione ge­nerale di ogni propria responsabilità, riferendo la causazione del danno interamente al danneggiato ed il giudice abbia accolto tale prospettazione, diviene onere della medesima parte, pur vitto­riosa, di prospettare, a seguito dell'appello della controparte, la questione del predetto concorso, al fine di evitare che tale deduzione risulti pre­clusa nell'ulteriore corso del giudizio, essendo la rilevabilità d'ufficio pur sempre soggetta alle pre­clusioni processuali maturate.

Cass. n. 14853/2007

L'eccezione di cui all'art. 1227, comma 2, c.c., non è rilevabile d'ufficio, e dev'essere pun­tualmente sollevata da chi vi abbia interesse in modo analitico e circostanziato.

L'assicuratore il quale, avendo stipulato una polizza fideiussoria a garanzia dell'erario, ai sensi dell'art. 38 bis del D.P.R. n. 633 del 1972, effettui un pagamento non dovuto, non può essere ritenu­to in colpa, ex art. 1227, comma 2, c.c., per avere omesso di domandare giudizialmente la restitu­zione di quanto pagato (sempre che la restitu­zione fosse giuridicamente possibile), in quanto l'onere di diligenza imposto al creditore dall'art. 1227, comma 2, c.c., non si spinge fino al punto di obbligare quest'ultimo a compiere una attività gravosa o rischiosa, quale la introduzione di un processo.

Cass. n. 13242/2007

Il primo comma dell'art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato nella produ­zione dell'evento che configura l'inadempimento, quindi la sua cooperazione attiva, mentre, nel se­condo comma, il danno è eziologicamente impu­tabile al danneggiante, ma le conseguenze danno­se dello stesso avrebbero potuto essere impedite o attenuate da un comportamento diligente del dan­neggiato. Consegue che, in tema di risarcimento del danno, nel caso di giudizio sull'an separato da quello sul quantum le circostanze imputabili al danneggiato, idonee a determinare un suo concorso di colpa, vanno dedotte ed esaminate in sede di accertamento generico per quanto attiene sia alla loro esistenza, sia al grado della loro efficien­za causale; pertanto, qualora in detto giudizio sia stato escluso il concorso di colpa del danneggiato, ogni questione sul punto non è più proponibile nel successivo giudizio.

Cass. n. 13180/2007

L'art. 1227, primo comma, c.c., che prevede la diminuzione del risarcimento nei confronti del danneggiato nel caso di concorso della colpa del danneggiato alla causazione del danno, si applica al solo rapporto tra danneggiante e danneggiato, ma non nei rapporti di rivalsa tra più danneg­gianti responsabili in solido, in quanto soltanto sul versante esterno l'obbligazione solidale com­porta l'obbligo di eseguire la prestazione dovuta nella sua totalità, mentre sul versante interno agli obbligati essa si divide tra i diversi debitori e, per quanto riguarda l'obbligazione risarcitoria derivante da illecito, la prestazione si divide tra i corresponsabili, ai sensi dell'art. 2055 c.c., in proporzione alla gravità delle colpe e all'entità delle conseguenze dannose.

Cass. n. 4954/2007

In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione dell'evento danno­so, a norma dell'art. 1227 c.c. — applicabile, per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c., anche nel campo della responsabilità extracon­trattuale — la prova che il creditore-danneggiato avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l'ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore-danneggiante che pretende di non risarcire, in tutto o in parte, il creditore. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, in controversia relativa ai danni alla persona da sinistro stradale, aveva rilevato, sulla base del referto ospedaliero, la sus­sistenza del concorso colposo del danneggiato per mancato uso della cintura di sicurezza, senza che fosse stata sollevata eccezione sul punto, né for­mulato alcun rilievo d'ufficio, seguito da specifica indagine istruttoria). (Mass. redaz.).

Cass. n. 27123/2006

In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi disciplinata dal secondo comma dell'art. 1227 c.c., laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto, con la conseguenza che, ove il giudice d'appello l'abbia ritenuta nuova e inammissibile nel secondo grado di giudizio, in sede di legittimità il ricorrente, il quale sostenga che l'eccezione era stata sollevata nella comparsa di costituzione in primo grado, non può limitarsi a sollecitare una diversa interpretazione della suddetta comparsa, ma deve specificamente cen­surarla sotto il profilo della violazione delle nor­me ermeneutiche.

Cass. n. 5677/2006

Premesso che il fatto colposo del danneg­giato, idoneo a diminuire l'entità del risarcimento secondo l'art. 1227 primo comma c.c., compren­de qualsiasi condotta negligente od imprudente che costituisca causa concorrente dell'evento, e, quindi, non soltanto un comportamento coevo o successivo al fatto illecito, ma anche un comportamento antecedente, purché legato da nesso eziologico con l'evento medesimo, allorquando il fatto colposo del danneggiante è antecedente al fatto illecito ? cioè all'inadempimento ed alle sue conseguenze dannose nella responsabilità contrattuale ed alla condotta integrante il fatto ingiu­sto di cui all'art. 2043 c.c. ed alle sue conseguenze nella responsabilità extracontrattuale ? la sua efficacia di concausa del danno cagionato dall'il­lecito, se è indubbio che possa estrinsecarsi con riferimento al danno-conseguenza della condotta di inadempimento o della condotta realizzante il fatto ingiusto, può altrettanto indubbiamente estrinsecarsi anche direttamente rispetto alla condotta costituente l'illecito, cioè può giocare ed essere apprezzata come concausa della condotta di inadempimento stesso o di quella determinati­va del fatto ingiusto, id est come concausa delle relative condotte illecite.

Cass. n. 27010/2005

Il primo comma dell'art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato, configura­bile solamente in caso di cooperazione attiva nel fatto colposo del danneggiante (Nell'affermare il suindicato principio la S.C. ha escluso la configurabilità di un concorso colposo del danneggiato nella mera accettazione, da parte del medesimo, del trasporto su autovettura con alla guida condu­cente in evidente stato di ebbrezza, non assurgen­do tale condotta a comportamento materiale di cooperazione incidente nella determinazione del­l'evento dannoso).

Cass. n. 19139/2005

In tema di responsabilità del conduttore per la ritardata restituzione del bene locato ex art. 1591 c.c., l'ordinaria diligenza richiesta al credito­re dall'art. 1227, secondo comma, c.c., per evitare un suo concorso nella produzione del danno, non implica l'obbligo di compiere attività rischiose o gravose come la proposizione di un'azione di co­gnizione o esecutiva per ottenere il rilascio della cosa locata.

Cass. n. 9898/2005

In tema di risarcimento del danno cui è tenuto il datore di lavoro in conseguenza del licenziamento illegittimo e con riferimento alla limitazione dello stesso, ex art. 1227, secondo comma, c.c., in relazione alle conseguenze dan­nose discendenti dal tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, le stesse non sono imputabili al lavoratore tutte le volte che - sia che si tratti di inerzia endoproces­suale che di inerzia preprocessuale - le norme attribuiscano poteri paritetici al datore di lavoro per la tutela dei propri diritti e per la riduzione del danno. (In applicazione di tale principio la Corte Cass., confermando la sentenza di merito, ha riconosciuto l'esistenza di analoghi poteri del datore di lavoro in ordine al promovimento del tentativo di conciliazione).

Cass. n. 2855/2005

Il dovere del danneggiato di attivarsi per evitare il danno secondo l'ordinaria diligenza ex art. 1227, secondo comma, c.c., va inteso come sforzo di evitare il danno attraverso un'agevole attività personale, o mediante un sacrificio econo­mico relativamente lieve, mentre non sono com­prese nell'ambito dell'ordinaria diligenza quelle attività che siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici.

Cass. n. 2704/2005

Il principio di cui all'art. 1227 c.c. (riferibile anche alla materia del danno extracontrattuale per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 del codice) della riduzione proporzionale del danno in ragione dell'entità percentuale dell'effi­cienza causale del soggetto danneggiato si applica anche quando questi sia incapace di intendere o di volere per minore età o per altra causa, e tale riduzione deve essere operata non solo nei con­fronti del danneggiato, che reclama il risarcimen­to del pregiudizio direttamente patito al cui veri­ficarsi ha contribuito la sua condotta, ma anche nei confronti dei congiunti che, in relazione agli effetti riflessi che l'evento di danno subito proietta su di essi, agiscono per ottenere il risarcimento dei danni iure proprio restando, peraltro, esclusa — ove essi avessero avuto sull'incapace un potere di vigilanza — la possibilità di far luogo ad una ulteriore riduzione del danno risarcibile sulla base di un loro concorso nella sua causazione per culpa in educando o in vigilando. (Nella specie, la Corte Cass. ha confermato la sentenza di merito che aveva proporzionalmente ridotto l'ammonta­re della somma da liquidare in favore dei genitori per il risarcimento del danno subito a causa della morte della figlia minore che, attraversando im­prudentemente la strada, era stata investita da un'auto, tenendo conto del concorso di colpa della stessa minore, nell'accezione sopra indicata, nel provocare il danno).

Cass. n. 22503/2004

In tema di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89 per violazione della durata ragionevole del processo, la negligenza della parte del processo dinanzi al tribunale am­ministrativo regionale nella presentazione della istanza di prelievo, strumento offerto dall'ordina­mento processuale per pervenire alla piú sollecita discussione del ricorso, trova la sua collocazione propria, non già nella sedes materiae della liqui­dazione del danno (art. 1227, secondo comma, c.c.), ma nello scrutinio di adeguatezza del com­portamento della parte ex art. 2, comma secondo, legge cit., tra gli elementi costitutivi del fatto generatore dell'indennizzo, rilevando cioè come comportamento oggettivo, determinante la man­cata attivazione dell'organo di giustizia ammini­strativa, valutabile come causa, o come concausa, della non ragionevolezza del tempo trascorso; ne deriva che soltanto con la proposizione di detta istanza, ed a partire da quella data, il decorrere del tempo diventa esclusivo parametro di valutazione del comportamento dell'organo di giustizia ai fini dello scrutinio della ragionevolezza della durata del processo.

Cass. n. 10133/2004

Il concorso del fatto colposo del creditore è inconciliabile con le situazioni nelle quali operi il principio dell'apparenza del diritto, atteso che quest'ultimo, riconducibile al più generale principio dell'affidamento incolpevole (che può essere invocato, in tema di rappresentanza, dal terzo che in buona fede sia stato tratto in inganno sulla qualità del rappresentante apparente, allor­quando l'apparente rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo) presuppone che risulti sempre accertata la buona fede del terzo non dipendente da errore colpevole, circostanza quest'ultima incompatibile con un comportamento concorrente colposo dello stesso terzo, che, ove esistente, fa venir meno la situazione di affidamento. (Nella specie, relativa all'azione risarcitoria promossa da una società di leasing che aveva concluso un contratto di locazione finanziaria relativo a una imbarcazione appa­rentemente di proprietà di una concessionaria di vendita, la società convenuta aveva consegnato alla propria concessionaria i documenti relativi al natante oggetto del contratto, inducendo nella società di leasing il ragionevole affidamento che la concessionaria fosse proprietaria del bene. La S.C., nel confermare la sentenza di accoglimento della domanda, ha enunziato il principio di cui alla massima, respingendo i motivi di ricorso fondati sulla pretesa cooperazione colposa del creditore).

Cass. n. 9709/2004

In tema di risarcimento del danno, il princi­pio secondo cui la scelta del tipo di risarcimento (se in forma specifica o per equivalente) spetta al danneggiato non osta a che il danneggiante, se­condo i principi generali in tema di obbligazione e fino a quando non intervenga la sentenza esecu­tiva, risarcisca spontaneamente il danno anche in forma diversa da quella scelta dal creditore, salva la possibilità per quest'ultimo di rifiuto, che, ove ingiustificato e determinante un aggravamento del danno, comporta tuttavia la riduzione del ri­sarcimento dovuto, ai sensi dell'art. 1227, secondo comma, c.c.

Cass. n. 2422/2004

Ai fini della concreta risarcibilità di danni subiti dal creditore — che pure sia in astratto sussistente, configurandosi i danni medesimi ai sensi dell'art. 1223 c.c., come conseguenza imme­diata e diretta dell'inadempimento — l'art. 1227, secondo comma c.c., nel porre la condizione dell'inevitabilità, da parte del creditore, con l'uso dell'ordinaria diligenza, non si limita a richiedere a quest'ultimo la mera inerzia, di fronte all'altrui comportamento dannoso, o la semplice astensio­ne dall'aggravare, con fatto proprio, il pregiudizio già verificatosi, ma, secondo i principi generali di correttezza e buona fede di cui all'art. 1175 c.c., gli impone altresì una condotta attiva o positiva diretta a limitare le conseguenze dannose di detto comportamento, intendendosi comprese nell'am­bito dell'ordinaria diligenza, all'uopo richiesta, soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici. La valutazione del comporta­mento del creditore è compito riservato al giudice del merito, ed è insindacabile in sede di legitti­mità, se sorretta da idonea motivazione. (Nella specie, in applicazione del principio di cui alla massima, estensibile — in ragione dell'art. 2056 c.p.c. — anche alle ipotesi di illecito «aquiliano» la S.C. ha confermato la decisione della corte territoriale che, con riguardo alla impugnata sentenza di condanna in via solidale della condut­trice di un appartamento, e della persona cui la stessa lo aveva dato in comodato, conservando­ne la disponibilità, al risarcimento dei danni al sottostante negozio di abbigliamento causati da un allagamento dovuto ad un guasto alla lavatrice in uso alla comodataria, aveva elevato la misura del concorso della danneggiata, già affermato dal giudice di prime cure, osservando che non tutta la superficie del locale risultava allagata e che la danneggiata aveva lasciato nel negozio durante tutto l'inverno capi non bagnati o scarsamente bagnati, e pervenendo alla conclusione che, se la merce fosse stata asportata, il danno sarebbe stato notevolmente inferiore).

Cass. n. 18467/2003

In tema di responsabilità civile, il compor­tamento irregolare del danneggiato può conside­rarsi concausa dell'evento dannoso solo quando abbia svolto, rispetto a quest'ultimo, ruolo di an­tecedente causale.

Cass. n. 10995/2003

In materia di responsabilità contrattuale, l'art. 1227, secondo comma, c.c., laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avreb­be potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, pone a carico del creditore medesimo l'onere di non concorrere ad aggravare i danni derivanti dall'inadempimento con un comportamento con­trario alla buona fede, nei limiti dell'ordinaria diligenza: tale obbligo di comportamento quindi non si spinge fino ad imporre al creditore di so­stituirsi al debitore nell'adempimento dell'ob­bligazione; l'eccezione relativa al mancato adem­pimento di un tale onere del creditore costituisce eccezione in senso stretto, e come tale deve essere sollevata dal debitore, sul quale grava il relativo onere probatorio.

Cass. n. 5511/2003

In tema di risarcimento del danno, il primo comma dell'art. 1227 c.c. attiene all'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso, mentre il secondo comma ha riguardo a situazione in cui il danneg­giato sia estraneo alla produzione dell'evento ma abbia omesso, dopo la relativa verificazione, di fare uso della normale diligenza per circoscriver­ne l'incidenza, l'accertamento dei presupposti per l'applicabilità della suindicata disciplina integra indagine di fatto, come tale riservata al giudice di merito e sottratta al sindacato di legittimità se assistita da motivazione congrua.

Cass. n. 2469/2003

In tema di concorso di colpa del creditore, l'art. 1227 c.c. ha riguardo al comportamento del creditore di un'obbligazione inadempiuta (o non ritualmente adempiuta), ma non concerne i rapporti tra coobbligati in solido né le rispettive responsabilità nell'inadempimento della comune obbligazione.

Cass. n. 14592/2001

La prova che il creditore avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l'ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore che pretende di non risarcire in tutto o in parte; egli, infatti, deducendo un controdi­ritto idoneo a paralizzare l'azione risarcitoria del creditore, ha l'onere di prova imposto dall'art. 2697 c.c. (In base al suddetto principio la S.C. ha confermato la pronuncia del giudice del merito che non aveva ridotto l'entità del risarcimento del danno dovuto da un datore di lavoro per licenziamenti illegittimi, respingendo la contra­ria eccezione del datore di lavoro che si basava sull'assunto secondo cui i lavoratori non avevano fornito la prova di aver tentato di essere assunti da altri imprenditori, in particolare iscrivendosi nelle liste del collocamento).

Cass. n. 7025/2001

Con riguardo all'esimente da responsabilità, prevista dal secondo comma dell'art. 1227 c.c., il giudice del merito è tenuto a svolgere l'indagine in ordine all'omesso uso dell'ordinaria diligenza da parte del creditore, soltanto se vi sia un'espres­sa istanza del debitore, la cui richiesta integra gli estremi di una eccezione in senso proprio, con la conseguenza che non può essere rilevata dal giudice d'ufficio. (Nella specie la Corte ha cas­sato la sentenza con cui i giudici di merito hanno valutato d'ufficio, ai fini della riduzione dell'entità del danno derivante dalla diffamazione a mezzo stampa, il mancato esercizio del diritto di rettifica da parte del danneggiato).

Cass. n. 4799/2001

In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso (primo comma dell'art. 1227 c.c.) va distinta da quella (discipli­nata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché, mentre nel primo caso il giudice deve proporsi d'ufficio l'indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso, la seconda di tali situazioni costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell'obbligo di com­portarsi secondo buona fede; ne consegue che la relativa eccezione non può essere dedotta per la prima volta nel giudizio di cassazione.

Cass. n. 5883/2000

In tema di esclusione, ai sensi dell'art. 1227 comma secondo c.c., della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l'onere di provare la vio­lazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l'evi­tabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezio­ne in senso stretto.

A norma dell'art. 1227 comma secondo c.c. ed al fine di escludere la risarcibilità dei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordi­naria diligenza, vanno presi in considerazione soltanto i comportamenti tenuti dal creditore-danneggiato successivamente all'inadempimento del debitore-danneggiante ed al verificarsi del danno, restando irrilevanti i comportamenti tenuti in epoca antecedente al verificarsi dell'ina­dempimento.

Cass. n. 1073/2000

L'ipotesi del concorso di colpa del danneg­giato di cui all'art. 1227, primo comma c.c., non concretando un'eccezione in senso proprio ma una semplice difesa, dev'essere esaminata e veri­ficata dal giudice anche d'ufficio, attraverso le op­portune indagini sull'eventuale sussistenza della colpa del danneggiato e sulla quantificazione dell'incidenza causale dell'accertata negligenza nella produzione dell'evento dannoso, indipendente­mente dalle argomentazioni e richieste della par­te.

Cass. n. 4633/1997

Soltanto se la condotta dell'incapace di in­tendere o volere, stante l'applicabilità anche in tal caso dell'art. 1227, primo comma c.c., ha contri­buito a cagionare il danno dal medesimo subito, il responsabile che deve risarcirlo può eccepire il concorso di colpa del soggetto obbligato alla sorveglianza di quegli (art. 2047 c.c.).

Cass. n. 2763/1997

In tema di concorso del fatto del danneggia­to nella produzione dell'evento dannoso, a norma dell'art. 1227 c.c. — applicabile, per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c., anche nel campo della responsabilità extracontrattuale — il risarcimento del danno deve essere proporzional­mente ridotto in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza causale del comportamento della vittima, atteso che il danno che taluno arreca a sé medesimo non può essere posto a carico dell'auto­re della causa concorrente, sia per il principio che il risarcimento va proporzionato all'entità della colpa di ciascun concorrente, sia per l'esigenza di evitare un indebito arricchimento.

Cass. n. 13023/1995

La norma di cui all'art. 1227, secondo comma, c.c., secondo la quale il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza non opera quando le parti abbiano preventivamente e convenzionalmente liquidato il danno causato dal ritardo.

Cass. n. 9209/1995

In tema di responsabilità per fatto illecito doloso, la norma dell'art. 1227 c.c. (richiamata dall'art. 2056, primo comma, stesso codice) — concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiato — non è applicabile nell'ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell'autore del delitto, di tenere la condotta da cui deriva l'even­to di danno che colpisce la persona offesa, va considerata causa autonoma di tale danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connes­sione rispondente ad un principio di regolarità casuale.

Cass. n. 10072/1994

In tema di risarcimento del danno nei rapporti obbligatori, nella nozione di ordinaria diligenza del creditore di cui all'art. 1227, comma 2, c.c., rientra anche il tempestivo esercizio del proprio diritto, ossia l'esercizio non differito fino al limite del termine di prescrizione, qualora il trascorrere del tempo possa determinare un incremento del danno. Ne consegue che, con riferimento alla disciplina del collocamento ob­bligatorio, il danno subito dall'invalido, o da al­tro soggetto appartenente alle categorie protette avviato al lavoro ai sensi della L. 2 aprile 1968, n. 482, a causa dell'ingiustificato rifiuto di assunzio­ne opposto dall'imprenditore, e corrispondente alle retribuzioni non percepite, non è risarci­bile, ai sensi dell'art. 1227, comma 2, c.c., nella misura in cui il danneggiato abbia trascurato di attivarsi per evitarlo, mostrando una negligenza di cui possono essere sintomi, complessivamente considerati, la mancata reiscrizione nelle liste di collocamento e l'aver lasciato trascorrere alcuni anni tra il suddetto rifiuto e l'azione giudiziaria intesa alla realizzazione del diritto all'assunzione ed al risarcimento; in tal caso la misura del danno risarcibile può essere determinata, eventualmente per sottrazione, in via equitativa ex art. 1226 c.c.

Cass. n. 5766/1994

Poiché il secondo comma dell'art. 1227 c.c., nell'escludere che il creditore possa avere diritto al risarcimento dei danni che lo stesso avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, e nel porre, quindi, sul suddetto creditore, il dovere di non aggravare con il fatto proprio e con la pro­pria condotta il pregiudizio subito, fa esplicito riferimento all'elemento della colpa, il giudice deve prendere in considerazione non ogni comportamento che astrattamente possa aggravare il danno, ma solamente quel comportamento che eccede i limiti dell'ordinaria diligenza.

Cass. n. 4332/1994

Quando un soggetto incapace di intendere e di volere, per minore età o per altra causa, subisca un evento di danno, in conseguenza del fatto ille­cito altrui in concorso causale con il proprio fatto colposo, l'indagine deve essere limitata all'esi­stenza della causa concorrente alla produzione dell'evento dannoso, prescindendo dall'imputa­bilità del fatto all'incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento al danneggiato incapace è dovuto dal terzo dan­neggiante solo nella misura in cui l'evento possa farsi risalire a colpa di lui, con l'esclusione della parte di danno ascrivibile al comportamento dello stesso danneggiato.

Cass. n. 3957/1994

L'art. 1227, primo comma, c.c., a norma del quale, quando vi è concorso di colpa del danneggiato, la responsabilità del danneggiante è diminuita secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate, si ap­plica anche nei casi di responsabilità (presunta) del custode perché è espressione del principio che esclude la possibilità di considerare danno risarcibile quello che ciascuno procura a se stes­so.

Cass. n. 7872/1991

Ai fini della liquidazione del danno deri­vante da licenziamento illegittimo, la misura del risarcimento dovuto ai sensi dell'art. 18, L. n. 300 del 1970 (commisurato alle retribuzioni non percepite dal lavoratore per il periodo successivo al licenziamento) non può essere ridotta, in appli­cazione del principio di cui all'art. 1227, secondo comma, c.c., con riguardo alle conseguenze dan­nose riferibili al tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, stante l'esistenza di norme che ne regolano l'iter con la previsione di termini perentori e che consentono ad entrambe le parti in giudizio di interferire nell'attività processuale. (Nella specie, la Supre­ma Corte ha annullato la decisione del tribunale, adito in sede di rinvio dalla stessa corte, con cui il suddetto danno è stato liquidato in misura infe­riore all'ammontare delle retribuzioni per l'intero periodo fino alla riassunzione, sul rilievo che il lavoratore aveva tutelato i propri diritti senza la dovuta tempestività in relazione ai tempi decorsi prima della impugnazione del provvedimento, della proposizione del ricorso per cassazione e della riassunzione della causa in sede di rinvio).

Cass. n. 5035/1991

Il dovere di correttezza imposto dall'art. 1227 c.c. al danneggiato presuppone un'attività dalla quale certamente il danno sarebbe stato evi­tato o ridotto, ma non implica l'obbligo di iniziare un'azione giudiziaria o un'azione esecutiva, in quanto il creditore non è tenuto ad un'attività gra­vosa o implicante rischi o spese, né a provvedere ad esecuzione forzata, anche se ciò rientra nelle sue facoltà.

Cass. n. 3101/1991

Il diritto del creditore di una somma di denaro al risarcimento del maggior danno subito durante la mora debendi, a norma dell'art. 1224, comma secondo, c.c., non può essere escluso o limitato, ai sensi dell'art. 1227, comma secondo, c.c., in relazione al tempo lasciato trascorrere dal creditore medesimo prima di esercitare l'azione giudiziaria, ed al conseguenziale aumento del­l'entità del pregiudizio, trattandosi di effetti che spetta al debitore di evitare, adempiendo solle­citamente l'obbligazione.

Cass. n. 2410/1991

L'art. 1227, secondo comma c.c., il quale esclude il risarcimento dei maggiori danni che trovano la loro origine in un comportamento col­poso del creditore, non può trovare applicazione in ordine alle maggiori somme che il debitore deve corrispondere per effetto della svalutazione monetaria. Pertanto nessuna influenza può avere, a fini limitativi di quest'ultima obbligazione, il fatto che il creditore abbia trascurato di chiedere tempestivamente il risarcimento o abbia condotto con lentezza l'azione giudiziaria.

Cass. n. 2384/1991

Con riguardo all'azione risarcitoria con­tro un medico, per lesioni personali che l'attore, all'epoca minorenne ed a carico dei genitori, abbia subito a causa di errori di diagnosi e cura commessi da detto convenuto, la configurabilità di un concorso di colpa del danneggiato, ai sensi ed agli effetti dell'art. 1227 c.c., in relazione al ritardo con cui sia stato sottoposto a nuovo ed ap­propriato intervento specialistico, va riscontrata esclusivamente in relazione alla colpevolezza del comportamento del minore e non di quello dei suoi genitori, tenuto conto della mancanza di autonomia decisionale del minore medesimo in ragione della dipendenza, anche economica, dai genitori obbligati a tutelare la sua salute ed a prendere le decisioni necessarie a tal fine.

Cass. n. 7987/1990

Nei contratti con prestazioni corrispettive, il contraente che abbia adempiuto la propria pre­stazione non è tenuto, nel caso di inadempimento totale o parziale dell'altro contraente, a svolgere attività per conseguire aliunde la contropresta­zione, dato che gli artt. 1175, 1227 e 1375, pur prevedendo per entrambi i contraenti un dovere di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, sono dettati allo scopo di vietare com­portamenti vessatori ed ostruzionistici, ma non possono essere intesi nel senso di trasferire a carico del creditore le obbligazione specifiche del debitore, o le conseguenze dell'inadempimento a lui imputabile.

Cass. n. 6547/1990

Il dovere — imposto al creditore o al dan­neggiato dall'art. 1227, secondo comma, c.c. — di evitare, usando la normale diligenza, i danni che possono essere arrecati alla propria sfera giuri­dica dall'altrui comportamento illecito, sussiste anche se questo si protrae nel tempo, sempre che la sua osservanza non si riveli troppo onerosa e non incida in misura apprezzabile sulla propria libertà di azione; pertanto, non può esigersi che il creditore o il danneggiato, per non aggravare le conseguenze dannose che gli derivano dall'ina­dempimento o dal fatto illecito altrui si assoggetti ad un'attività abnorme e più onerosa di quel che comporti l'ordinaria diligenza, divenendo la sua inerzia rilevante solo quando essa sia ascrivibile a dolo o colpa.

Cass. n. 2589/1988

La norma dell'art. 1227 c.c., concernente il concorso del fatto colposo del creditore, si limita a fare applicazione concreta alla colpa del dan­neggiato del più generale principio di causalità, ma non implica l'affermazione di un dovere pri­mario del danneggiato di ovviare all'inerzia del responsabile, accollandosi attività straordinarie e particolarmente onerose, per limitare gli effetti dannosi determinati dall'illecita condotta altrui.

Cass. n. 3408/1986

Mentre il concorso di colpa del creditore, previsto dal primo comma dell'art. 1227 c.c., può essere rilevato anche d'ufficio, nella diversa ipote­si dell'esimente contemplata dal secondo comma della stessa norma, il giudice è tenuto a svolgere l'indagine in ordine all'omesso uso dell'ordinaria diligenza da parte del creditore, soltanto se vi sia stata un'espressa istanza del debitore, in quanto in questo secondo caso la dedotta colpa del cre­ditore costituisce inosservanza di un autonomo dovere giuridico posto dalla legge a suo carico, e la richiesta del debitore integra gli estremi di un'eccezione in senso sostanziale con cui viene fatto valere un controdiritto per paralizzare l'azione del creditore.

Cass. n. 809/1986

Il dovere del creditore di cooperare, se necessario, in relazione alla natura della prestazione, all'adempimento del debitore, non co­stituisce vera e propria obbligazione del creditore nei confronti di quest'ultimo, ma si configura, in­vece, come un mero dovere strumentale rispetto all'adempimento stesso, senza che per esonerarsi dalle conseguenze della violazione del suddetto dovere il creditore possa invocare l'impossibilità sopravvenuta per causa a lui non imputabile a norma dell'art. 1218 c.c.

Cass. n. 1061/1985

L'eventuale concorso del fatto colposo del creditore, idoneo — secondo la previsione dell'art. 1227 c.c. — a ridurre l'entità del risarcimento sino ad escluderlo per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, co­stituisce una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, per cui, in base ai principi sull'onere della prova dettati dall'art. 2697 c.c., deve essere provato da chi intende avvalersi della relativa eccezione.

Cass. n. 2675/1984

In tema di risarcimento del danno il princi­pio di irrisarcibilità dei danni evitabili con l'uso dell'ordinaria diligenza dal danneggiato trova limite nel divieto assoluto di intervento che, pur nel fine lecito di contenere l'iter evolutivo dei danni, comporti alterazione di luoghi, opere o cose comunque connessi geneticamente all'inadempimento contrattuale.

Cass. n. 1594/1983

Il secondo comma dell'art. 1227 c.c., sta­tuendo che il risarcimento non è dovuto per i dan­ni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, postula che il fatto del de­bitore sia la causa unica ed efficiente dell'evento dannoso e che il creditore, se non fosse rimasto inerte, avrebbe potuto eliminare o attenuare le conseguenze patrimoniali.

Cass. n. 4174/1982

L'osservanza degli obblighi di diligenza e di buona fede che fanno carico al creditore o al danneggiato impone a questi ultimi soltanto un comportamento corretto, rivolto a circoscrivere il pregiudizio subito e ad impedirne l'eventuale espansione, ma non anche il compimento d'attivi­tà gravose o straordinarie, come l'acquisto aliunde delle cose che avrebbero costituito l'oggetto della prestazione ineseguita, oppure l'intrapresa di ini­ziative tali da comportare apprezzabili sacrifici, come esborsi apprezzabili di danaro o assunzione di rischi di qualsiasi natura.

Cass. n. 2194/1977

In tema di inadempimento contrattuale, affinché il debitore possa invocare una riduzione del proprio obbligo risarcitorio, per concorso di colpa del creditore, ai sensi dell'art. 1227 primo comma c.c., è necessario che il creditore mede­simo sia tenuto, per legge, per contratto, o per generico dovere di correttezza, ad adottare un de­terminato comportamento, inerente all'esecuzio­ne del rapporto obbligatorio ed idoneo a ridurre gli effetti pregiudizievoli dell'inadempimento.

Cass. n. 1975/1977

Qualora un fatto illecito produca, in succes­sione di tempo, due danni diversi, il risarcimento del primo ha lo scopo di ristorare per equivalente il danneggiato dal pregiudizio subito, ma non lo obbliga ad impiegare la relativa somma nell'eliminazione della possibilità del verificarsi di un ulteriore danno restando ciò a carico del danneg­giante. Pertanto, la circostanza che il danneggiato non si sia adoperato a rimuovere quella causa non è di per sé ostativa alla risarcibilità del secondo danno, salva la configurabilità di un concorso di colpa del danneggiato medesimo, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 1227 c.c.

Cass. n. 4291/1976

Il debitore, al fine di invocare una riduzione della propria obbligazione per fatto del creditore, ai sensi dell'art. 1227 c.c., deve dimostrare non solo la colpevolezza della condotta del creditore stesso, ma anche il nesso causale fra quella con­dotta e le conseguenze pregiudizievoli che si pre­tendono da essa derivate. Ne deriva che, ove detto comportamento colposo del creditore consista nel non essersi adeguatamente difeso, in un giu­dizio contro di lui promosso da terzi ed incidente sull'ammontare del credito, spetta al debitore, al fine indicato, di provare che tale negligenza abbia avuto influenza sull'esito del giudizio.

Cass. n. 3445/1975

In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato, idoneo a giustificare una diminuzione del risarcimento secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze derivatene — art. 1227, richiamato dall'art. 2056 c.c. — occorre distinguere l'ipotesi della provocazione da quella dell'azione aggressiva. La prima è irrilevante ai fini indicati, non potendo il comportamento del provocatore essere considerato causa mediata del danno a lui successivamente cagionato dal provo­cato. Invece, il fatto dell'aggressore danneggiato si pone rispetto all'evento dannoso in rapporto di causalità efficiente, come fattore concorrente alla sua produzione, ed è, perciò, valutabile ai fini di una ragionevole diminuzione del risarcimento.

Cass. n. 1753/1973

Il comportamento del danneggiato, incapa­ce di intendere e di volere, concorrente nella pro­duzione del danno, può integrare il fatto colposo del creditore previsto dal primo comma dell'art. 1227 c.c., applicabile in tema di responsabilità ex­tracontrattuale per l'esplicito richiamo contenuto nell'art. 2056. In conseguenza, in tema di eventi dannosi derivati dalla circolazione stradale, an­che il fatto del minore danneggiato naturalmente incapace, che con il suo coinportamento di cir­colazione abbia contribuito alla produzione del danno, è valutabile ai fini del principio della com­pensazione delle colpe e, quindi, della riduzione proporzionale del danno, consacrato nel predetto art. 1227, comma primo.

Cass. n. 1616/1973

L'art. 1227 c.c. il quale enunciando un prin­cipio di ordine generale deve ritenersi estensibile anche alla fattispecie prevista dall'art. 844 c.c., disciplina due ipotesi distinte: il primo comma concerne il rapporto fra causa ed evento, regolan­do il concorso di colpa del danneggiato nella pro­duzione dell'evento, al fine di una riduzione pro­porzionale del risarcimento; il secondo comma concerne il rapporto fra evento e danno, ossia il contenuto dell'obbligazione di risarcimento, che può essere negato se il creditore avrebbe potuto evitare il danno usando l'ordinaria diligenza, ossia quando il processo produttivo dell'evento dannoso si sia esaurito e subentri una autonoma condotta colposa del danneggiato, il cui pregiudi­zio si presenti cosa come conseguenza ulteriore a lui esclusivamente addebitabile.

Cass. n. 1652/1971

La distinzione tra il creditore che agisce iure proprio ed il creditore che agisce iure hereditario è irrilevante per il debitore responsabile, posto che egli è tenuto a rispondere del danno soltanto nella misura in cui lo ha cagionato, non essendo danno indennizzabile quello risentito da una per­sona che vi ha dato causa.

Cass. n. 4080/1968

Poiché, nei confronti del danneggiato, tutti coloro che concorsero alla produzione dell'evento dannoso sono tenuti solidalmente al risarcimen­to, la questione del concorso di colpa del genitore del minore, danneggiato per fatto illecito, non ha alcuna rilevanza, quando il genitore agisca in giudizio, non per far valere un diritto proprio al risarcimento, ma il diritto del figlio minore, che detto risarcimento ha diritto ad ottenere integral­mente da ciascuno degli autori dei vari compor­tamenti illeciti che concorsero alla produzione dell'evento.

Hai un dubbio o un problema su questo argomento?

Scrivi alla nostra redazione giuridica

e ricevi la tua risposta entro 5 giorni a soli € 29,90

N.B.: è possibile inviare documenti o altro materiale allegandolo ad una email da inviare all'indirizzo info@brocardi.it indicando nell'oggetto il nome con il quale si è richiesto il servizio di consulenza

SEI UN AVVOCATO?
AFFIDA A NOI LE TUE RICERCHE!

Sei un professionista e necessiti di una ricerca giuridica su questo articolo? Un cliente ti ha chiesto un parere su questo argomento o devi redigere un atto riguardante la materia?
Inviaci la tua richiesta e ottieni in tempi brevissimi quanto ti serve per lo svolgimento della tua attività professionale!

Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 1227 Codice civile

Seguono tutti i quesiti posti dagli utenti del sito che hanno ricevuto una risposta da parte della redazione giuridica di Brocardi.it usufruendo del servizio di consulenza legale. Si precisa che l'elenco non è completo, poiché non risultano pubblicati i pareri legali resi a tutti quei clienti che, per varie ragioni, hanno espressamente richiesto la riservatezza.

Salvatore D. chiede
sabato 24/09/2016 - Sardegna
“Sono il presidente di una A.S.D. centro di equitazione. Una nostra tesserata con un'esperienza di oltre 15 anni, agli inizi di una ripresa della scuola di equitazione, disattendendo gli ordini dell'istruttore (che aveva detto: passo sulla pista), spingeva il cavallo al galoppo tenendo le redini eccessivamente lunghe. Il cavallo, dopo un giro del maneggio al galoppo, raggiunti gli altri due cavalli degli altri allievi presenti (e che nel frattempo si erano fermati al centro del maneggio) si arrestava bruscamente e l'allieva si buttava di sella malamente sbattendo il bacino e provocandosi una "frattura discosomatica di L1 e L2". Il fatto è successo nel marzo del 2013. In questi giorni l'allieva, che ora sta bene, mi ha citato in tribunale civile chiedendomi una cifra enorme di risarcimento danni. Preciso che l'allieva era assicurata con la compagnia assicuratrice proposta dalla F.I.S.E. (compresa l'integrazione per l'abbattimento della franchigia) e che io entro 24 ore dal sinistro feci regolare denuncia. Ad oggi (dopo oltre tre anni) la compagnia non ha liquidato l'allieva assicurata. Inoltre al momento del tesseramento l'allieva (come tutti i nostri tesserati) aveva sottoscritto un documento di Manleva nei confronti dell'associazione.”
Consulenza legale i 03/10/2016
L’allieva danneggiata è, purtroppo, ricorsa all’applicazione di quelle norme del codice civile che stabiliscono forme di responsabilità oggettiva in capo a chi gestisce determinate attività, definibili come “pericolose”, e/o vere e proprie presunzioni di responsabilità in capo a chi sia proprietario o utilizzatore di animali per i danni che questi ultimi possano causare a terzi (per cui a nulla rilevano eventuali dichiarazioni di manleva).

Nel caso, infatti, in particolare, dell’attività equestre, trovano applicazione i seguenti articoli:
- l' art. 2050 cod.civ. che disciplina la "responsabilità per l'esercizio di attività pericolose";
- l'art. 2052 cod.civ., che invece riguarda il "danno cagionato da animali".

Quando il Giudice si trova davanti ad una fattispecie di danno cagionato da attività equestre dovrà dapprima valutare se la stessa rientri nell’ambito di applicazione della prima norma, e successivamente, in caso negativo, valutare se trovi invece applicazione la seconda.

Ebbene, la giurisprudenza maggioritaria ritiene che l'attività di maneggio non possa considerarsi pericolosa di per sé e sempre, ma che possa diventarlo se ricorrano determinate circostanze.
La Corte di Cassazione ha infatti più volte affermato che l'attività equestre potrà considerarsi pericolosa solo quando esercitata da principianti (“Il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione, qualora gli allievi siano principianti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi; nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre è soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., con la conseguenza che spetta al proprietario od all'utilizzatore dell'animale che ha causato il danno di fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato causato da un evento fortuito.” Cassazione civile, sez. III, 19/06/2008, n. 16637) o allievi giovanissimi e inesperti che non possiedono la capacità di controllo delle imprevedibili reazioni dell'animale (Cass. civ. n. 12307/98).

Pertanto, in via del tutto generale, si può dire che l'attività di equitazione non costituisce "attività pericolosa" ex art. 2050 cod.civ. quando la pericolosità del mezzo "cavallo" è attenuata dalle misure di cautela (uso del casco ovvero idonea struttura del maneggio), dal cavaliere esperto, dall'istruttore che a terra impartisce i vari ordini.
Se l'attività viene, invece, considerata "pericolosa" il responsabile del maneggio potrà evitare la condanna soltanto provando di aver adottato tutte le misure necessarie ad evitare il danno.
In altre parole l’art. 2050 c.c. pone una presunzione di responsabilità a carico di chi esercita l'attività pericolosa, superabile solo nel caso venga fornita da questi la "prova positiva" di aver predisposto ogni misura idonea a prevenire l'evento dannoso, di modo che il comportamento del danneggiato o del terzo costituisca solo una causa concorrente al verificarsi dell'evento lesivo.

Quando l’attività di maneggio non costituisce attività pericolosa, la responsabilità dell’esercente verrà valutata secondo quanto disposto dall’art. 2052 cod.civ.
La responsabilità di cui all’art. 2052 c.c. viene valutata in termini oggettivi, nel senso che non si fonda su un comportamento omissivo o commissivo del proprietario, ma esclusivamente sulla relazione intercorrente tra chi fa uso del cavallo e il cavallo stesso: “L'attività sportiva consistente nella partecipazione ad una lezione di equitazione da parte di allievi dotati di sufficiente esperienza rientra, ai fini della responsabilità civile, nella fattispecie di cui all'art. 2052 c.c., con applicazione della relativa presunzione; spetta, pertanto, al gestore dell'animale (utilizzatore o proprietario) che ha causato il danno fornire non solo la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato cagionato dal caso fortuito, poiché ciò che rileva è la semplice relazione esistente tra il gestore e l'animale e il nesso di causalità tra il comportamento di questo ed il danno. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione che aveva ritenuto il gestore responsabile del danno causato dal calcio improvviso di un cavallo sferrato mentre il gruppo di allievi, sotto la guida dell'istruttore, stava procedendo in fila indiana).” (Cassazione civile, sez. III, 09/03/2010, n. 5664).

Sul piano probatorio, trattandosi di una presunzione di responsabilità e non di una presunzione di colpa, il proprietario o chi si serve dell’animale dovrà fornire la prova positiva del “caso fortuito” al fine di andare esente da responsabilità.

Per caso fortuito si intende ogni fatto del terzo, colpa concorrente o esclusiva del danneggiato ed ogni fattore esterno imprevedibile o inevitabile – estraneo alla sfera soggettiva del proprietario o dell’utilizzatore - che interrompe il nesso causale tra l’evento contestato e il danno subito.
Al danneggiato spetta esclusivamente la prova del nesso causale tra la caduta (o l’evento) e le lesioni subite.

Nel caso in esame, pare a chi scrive – benché il quesito non chiarisca se il cavallo nel caso concreto fosse di proprietà del maneggio o della ragazza – che si rientri nell’ipotesi del 2052 cod. civ., ovvero che non si possa parlare di attività pericolosa dal momento che la cavallerizza aveva oltre dieci anni di esperienza.
Di conseguenza, a fronte della domande risarcitoria della danneggiata, che si sarà evidentemente limitata a dimostrare il nesso di causalità tra le lesioni subite e l’evento, il titolare della scuola di equitazione dovrà dimostrare il “caso fortuito” che, tuttavia, nel caso di specie potrebbe essere costituito dalla volontà della cavallerizza di far correre al galoppo il cavallo pur nella piena consapevolezza che stava disattendendo gli ordini del suo responsabile ed ugualmente nella consapevolezza che – vista la sua pluriennale esperienza - poteva prevedersi qualche evento dannoso correndo a tale velocità.

D’altra parte è forse questo il motivo per il quale, nonostante la copertura assicurativa, la Compagna di Assicurazione non ha voluto procedere al risarcimento.

L’onere della prova non è, in effetti, molto agevole per il responsabile ex art. 2052 cod. civ. ma la più recente giurisprudenza sembra venire in suo aiuto.
Si riportano di seguito stralci di una recente pronuncia di Cassazione, in una fattispecie nella quale l’evento dannoso è stato ritenuto prevedibile da parte di una cavallerizza esperta (nel nostro caso si aggiunge la violazione dell’ordine impartito) e quindi il danno non è stato ritenuto risarcibile: “In data 8 gennaio 2005 P.P. rimase vittima di un incidente di equitazione avvenuto, sotto la guida dell'istruttrice M.M., nelle vicinanze del Centro Ippico La Madonnina in Garfagnana (LO), a distanza di circa un chilometro dal maneggio e su un terreno accidentato, là dove il cavallo, scivolando, fece balzare di sella la stessa P., provocandone la violenta caduta in terra. Sulla scorta di tali fatti, P.P., dunque, convenne in giudizio M.M. ed il Centro Ippico La Madonnina per sentirli condannare al risarcimento dei danni patiti nel predetto sinistro.
(…)6.1. - L'art. 2052 c.c. radica la responsabilità del proprietario dell'animale (o di chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso) sulla mera relazione di proprietà o di utilizzo dell'animale, nonché sul nesso causale tra il comportamento dell'animale e l'evento dannoso. Fornita la prova di questi due elementi, il convenuto può andare esente da responsabilità - che è di natura oggettiva e prescinde, quindi, dalla colpa solo dimostrando il caso fortuito, costituito da un fattore esterno, che può essere anche il fatto del terzo o il fatto addebitabile esclusivamente allo stesso danneggiato.
Dunque, in base alla disciplina di cui all'art. 2052 c.c. grava sull'attore l'onere di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra l'animale e l'evento lesivo, mentre la prova del fortuito è a carico del convenuto (tra le tante,Cass., 28 luglio 2014, n. 17091). (…)
In armonia con le coordinate giuridiche appena rammentate il giudice d'appello ha escluso la responsabilità dei convenuti in ragione della ritenuta sussistenza del caso fortuito, assumente efficacia causale esclusiva nella produzione del danno (Cass., 15 dicembre 2015, n. 25223), ravvisandolo nel fatto colposo del danneggiato.
Difatti, il giudice del gravame, dapprima, ha escluso che potesse ravvisarsi un evento eccezionale e imprevedibile, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento dell'animale e il fatto causativo del danno, nello scarto stesso del cavallo durante il suo incedere su un terreno accidentato e ghiacciato. La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che proprio lo scivolamento del cavallo sul terreno, in quelle pericolose condizioni morfologiche, costituiva non un evento inusuale, bensì prevedibile e prevenibile; evento che la P., in quanto esperta cavallerizza, avrebbe potuto e dovuto "dominare in ragione della sua esperienza e... padronanza della disciplina equestre".
Di qui, la conclusione - coerente con le premesse in diritto e in linea con la struttura della fattispecie legale di riferimento - che la condotta della cavallerizza rappresentava la causa esclusiva dell'evento dannoso alla medesima occorso, come tale idonea ad integrare il caso fortuito di cui all'art. 2052 c.c..” (Cassazione civile, sez. III, 16/06/2016, n. 12392).

Si ribadisce, quindi, in conclusione che nel caso di specie è possibile vincere la presunzione di responsabilità facendo leva, a titolo di “caso fortuito” sull’autonoma decisione, contraria a quella del responsabile del maneggio (e proprietario del cavallo?), di condurre l’animale ad un andatura maggiormente “pericolosa”.

Testi per approfondire questo articolo

  • Obbligazioni

    Editore: Giuffrè
    Collana: Trattato di diritto civile
    Data di pubblicazione: febbraio 2016
    Prezzo: 60,00 -10% 54,00 €
    Categorie: Obbligazione

    Il "Trattario" è un nuovo modello editoriale per valorizzare al meglio le opportunità e per sfuggire agli inconvenienti che sono propri dei due generi più diffusi nella tradizione letteraria del diritto privato, il Trattato e il Commentario. Ogni capitolo dell'opera si apre con rubriche che semplificano punto per punto l'approccio al testo, a beneficio del lettore. Segue il Commento di illustri autori, sempre aggiornato alle pronunce giurisprudenziali più... (continua)

  • Le obbligazioni. Corso di diritto civile

    Autore: Troisi Bruno
    Editore: Giappichelli
    Pagine: 392
    Data di pubblicazione: dicembre 2015
    Prezzo: 30,00 -10% 27,00 €
    Categorie: Obbligazione

    Sommario

    Prefazione. – Parte Prima: Nozioni generali sulle obbligazioni. – I. Struttura e caratteri del rapporto obbligatorio. – II. Alcune specie di obbligazioni. – Sez. I: La classificazione delle obbligazioni sotto il profilo dell’oggetto. – Sez. II: La classificazione delle obbligazioni sotto il profilo dei soggetti. – III. Le obbligazioni naturali . – Parte Seconda - Le vicende del rapporto obbligatorio. –... (continua)

  • L'obbligazione come rapporto complesso

    Editore: Giappichelli
    Collana: Studi di diritto civile e comparato
    Data di pubblicazione: settembre 2016
    Prezzo: 25,00 -10% 22,50 €
    Categorie: Obbligazione
    Il celeberrimo saggio di Heinrich Stoll "Abschied von der Lehre von der positiven Vertragsverletzung" che, nella sua traduzione italiana, apre questo volume, ha un destinatario preciso: la teoria di Hermann Staub. La fortuna della dottrina delle violazioni positive del contratto sta nelle insufficienze del sistema delle perturbative dell'adempimento soffocato fra le fattispecie tipiche dell'impossibilità e del ritardo. Stoll traccia una diversa ricostruzione dello schema delle... (continua)
  • Commentario del codice civile. Delle promesse unilaterali, dei titoli di credito. Artt. 1987- 2027. Leggi collegate

    Pagine: 672
    Data di pubblicazione: novembre 2015
    Prezzo: 100,00 -10% 90,00 €

    Il volume "Dei titoli di credito", coordinato dal prof. Raffaele Lener, è un autorevole commento, articolo per articolo, alla disciplina codicistica regolata dagli artt. 1992- 2027 e alle disposizioni di riferimento contenute nel Testo Unico della Finanza. Nell'opera il professionista trova un'analisi approfondita delle disposizioni di ciascun articolo del codice civile, unitamente ad una panoramica degli spunti più interessanti per la pratica professionale offerti dalla... (continua)

  • Diritto civile
    Le obbligazioni

    Autore: Calvo Roberto
    Editore: Zanichelli
    Pagine: 392
    Data di pubblicazione: settembre 2015
    Prezzo: 40,00 -10% 36,00 €
    Categorie: Obbligazione