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Articolo 158 Codice civile

(R.D. 16 marzo 1942, n.262)

Separazione consensuale

Dispositivo dell'art. 158 Codice civile

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l'omologazione del giudice (1) [150; 711 c.p.c.].
Quando l'accordo dei coniugi relativamente all'affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l'interesse di questi [155] il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell'interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l'omologazione [155 7] (2) (3).

Note

(1) Le pattuizioni concordate dai coniugi per la separazione hanno natura di negozio bilaterale, e sono destinate ad essere trasfuse nell'accordo omologato; quelle non trasfuse opereranno solo se si collocheranno, rispetto al decreto, in posizione di non interferenza.
(2) Il giudice dovrà sentire i minori che abbiano superato i 12 anni (Cass. S.U. n. 222238/2009); lo stesso, prima della pronuncia del necessario decreto, avrà compiti propositivi nel far adeguare il contenuto degli accordi agli interessi tutelati, pur senza imporre condizioni alla omologazione.
Il successivo decreto omologativo non sarà impugnabile per Cassazione ex art. 111 Cost. in quanto mancheranno i requisiti di definitività e decisorietà.
(3) L'articolo è stato così sostituito dall'art. 40 della L. 19 maggio 1975 n. 151. La Corte costituzionale con sentenza n. 186 del 18 febbraio 1988 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale di questo articolo "nella parte in cui non prevede che il decreto di omologazione della separazione consensuale costituisce titolo per l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale ai sensi dell'art. 2818 c.c.".

Ratio Legis

Il regolamento concordato tra i coniugi in sede di separazione consensuale, avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali, acquisterà efficacia giuridica con il provvedimento di omologazione del tribunale; la ratio è quella di controllare e tutelare i superiori interessi della famiglia (uniforme la Cassazione nel ritenerle, in difetto di omologazioni, pattuizioni di un contratto atipico, valide solo se conformi o migliorative rispetto all'interesse protetto dalla norma, e sancite dall'accordo omologato).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

Massime relative all'art. 158 Codice civile

Cass. n. 9174/2008

In tema di separazione consensuale, il regolamento concordato fra i coniugi ed avente ad oggetto la definizione dei loro rapporti patrimoniali, pur trovando la sua fonte nell'accordo delle parti, acquista efficacia giuridica solo in seguito al provvedimento di omologazione, al quale compete l'essenziale funzione di controllare che i patti intervenuti siano conformi ai superiori interessi della famiglia; ne consegue che, potendo le predette pattuizioni divenire parte costitutiva della separazione solo se questa è omologata, secondo la fattispecie complessa cui dà vita il procedimento di cui all'art. 711 c.p.c. in relazione all'art. 158, primo comma, c.c., in difetto di tale omologazione le pattuizioni convenute antecedentemente sono prive di efficacia giuridica, a meno che non si collochino in una posizione di autonomia in quanto non collegate al regime di separazione consensuale. (Principio affermato dalla S.C. con riguardo ad un accordo, avente ad oggetto la rinuncia alla comproprietà immobiliare da parte di un coniuge a favore dell'altro, ritenuto parte di un progetto di separazione consensuale non andato a buon fine, essendo intervenuta tra i coniugi separazione giudiziale con addebito).

Cass. n. 20290/2005

Le pattuizioni intervenute tra i coniugi anteriormente o contemporaneamente al decreto di omologazione della separazione consensuale, e non trasfuse nell'accordo omologato, sono operanti soltanto se si collocano, rispetto a quest'ultimo, in posizione di «non interferenza» — perché riguardano un aspetto che non è disciplinato nell'accordo formale e che è sicuramente compatibile con esso, in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, ovvero perché hanno un carattere meramente specificativo — oppure in posizione di conclamata e incontestabile maggiore o uguale rispondenza all'interesse tutelato attraverso il controllo di cui all'art. 158 c.c. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la sentenza impugnata, che aveva escluso l'invalidità dell'accordo intervenuto tra i coniugi per l'alienazione della casa coniugale, di proprietà esclusiva del marito ed assegnata alla moglie, e per la ripartizione del ricavato tra loro, in quanto la perdita dell'abitazione da parte del coniuge assegnatario era giustificata dall'intenzione di quest'ultimo di trasferirsi in un'altra città, ed era comunque compensata dal beneficio economico derivante dall'attribuzione di parte del corrispettivo, che avrebbe consentito alla moglie di far fronte più largamente alle proprie esigenze ed a quelle della figlia a lei affidata).

Cass. n. 6625/2005

La dichiarazione di addebito della separazione personale dei coniugi può essere richiesta e adottata solo nell'ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l'esperibilità, in tema di addebito, di domande successive a tale giudizio, poiché il capoverso dell'art. 151 c.c. espressamente attribuisce la cognizione della relativa domanda alla competenza esclusiva del giudice della separazione. Ne consegue che, successivamente alla pronuncia di separazione senza addebito, come alla omologazione di separazione consensuale, le parti non possono chiedere, né per fatti sopravvenuti, né per fatti anteriori alla separazione, una pronuncia di addebito, a nulla rilevando, nel caso di separazione consensuale, nemmeno il carattere negoziale della stessa, e la conseguente applicabilità ad essa delle norme generali relative alla disciplina dei vizi della volontà — nei limiti in cui siano compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare — implicando tale regime solo la possibilità di promuovere il relativo giudizio di annullamento.

Cass. n. 5741/2004

Gli accordi di separazione personale fra i coniugi, contenenti attribuzioni patrimoniali da parte dell'uno nei confronti dell'altro e concernenti beni mobili o immobili, non risultano collegati necessariamente alla presenza di uno specifico corrispettivo o di uno specifico riferimento ai tratti propri della «donazione», e — tanto più per quanto può interessare ai fini di una eventuale loro assoggettabilità all'actio revocatoria di cui all'art. 2901 c.c. — rispondono, di norma, ad un più specifico e più proprio originario spirito di sistemazione dei rapporti in occasione dell'evento di «separazione consensuale» (il fenomeno acquista ancora maggiore tipicità normativa nella distinta sede del divorzio congiunto), il quale, sfuggendo — in quanto tale — da un lato alle connotazioni classiche dell'atto di «donazione» vero e proprio (tipicamente estraneo, di per sé, ad un contesto — quello della separazione personale — caratterizzato proprio dalla dissoluzione delle ragioni dell'affettività), e dall'altro a quello di un atto di vendita (attesa oltretutto l'assenza di un prezzo corrisposto), svela, di norma, una sua «tipicità» propria la quale poi, volta a volta, può, ai fini della più particolare e differenziata disciplina di cui all'art. 2901 c.c., colorarsi dei tratti dell'obiettiva onerosità piuttosto che di quelli della «gratuità» in ragione dell'eventuale ricorrenza — o meno — nel concreto, dei connotati di una sistemazione «solutorio-compensativa» più ampia e complessiva, di tutta quell'ampia serie di possibili rapporti (anche del tutto frammentari) aventi significati (o eventualmente solo riflessi) patrimoniali maturati nel corso della (spesso anche lunga) quotidiana convivenza matrimoniale.

Cass. n. 4306/1997

Sono pienamente valide le clausole dell'accordo di separazione che riconoscano ad uno o ad entrambi i coniugi la proprietà esclusiva di beni mobili o immobili, overo ne operino il trasferimento a favore di uno di essi al fine di assicurarne il mantenimento. Il suddetto accordo di separazione, in quanto inserito nel verbale d'udienza (redatto da un ausiliario del giudice e destinato a far fede di ciò che in esso è attestato), assume forma di atto pubblico ai sensi e per gli effetti dell'art. 2699 c.c., e, ove implichi il trasferimento di diritti reali immobiliari, costituisce, dopo l'omologazione che lo rende efficace, titolo per la trascrizione a norma dell'art. 2657 c.c., senza che la validità di trasferimenti siffatti sia esclusa dal fatto che i relativi beni ricadono nella comunione legale tra coniugi.

Cass. n. 9393/1994

Le clausole della separazione consensuale omologata in tema di mantenimento, nel loro contenuto originario od in quello ridefinito in esito alla procedura di cui agli artt. 710 e 711 c.p.c., hanno, ai sensi dell'art. 158 c.c. (nel testo risultante dalla pronuncia della Corte costituzionale n. 186 del 18 febbraio 1988), natura di titolo giudiziale, anche ai fini dell'iscrizione d'ipoteca a norma dell'art. 2818 c.c., al pari delle statuizioni in proposito incluse nella sentenza di separazione. Ne discende che l'avente diritto a detto mantenimento non è abilitato, per difetto di interesse, a reclamare, con il rito ordinario o con quello monitorio, una decisione di condanna all'adempimento, la quale si tradurrebbe nella reiterazione di un titolo di cui già gode.

Cass. n. 4647/1994

Anche nella disciplina dei rapporti patrimoniali tra i coniugi è ammissibile il ricorso alla transazione per porre fine o per prevenire l'insorgenza di una lite tra le parti, sia pure nel rispetto della indisponibilità di talune posizioni soggettive, ed è configurabile la distinzione tra contratto di transazione novativo e non novativo, realizzandosi il primo tutte le volte che le parti diano luogo ad un regolamento d'interessi incompatibile con quello preesistente, in forza di una previsione contrattuale di fatti o di presupposti di fatto estranei al rapporto originario (nella specie, la S.C. ha confermato la decisione di merito che ha ritenuto novativa e, quindi, non suscettibile di risoluzione per inadempimento, a norma dell'art. 1976 c.c., la transazione con la quale il marito si obbligava espressamente, in vista della separazione consensuale, a far conseguire alla moglie la proprietà di un appartamento in costruzione, allo scopo di eliminare una situazione conflittuale
tra le parti).

Cass. n. 2270/1993

In tema di separazione consensuale, le modificazioni pattuite dai coniugi successivamente all'omologazione, trovando fondamento nell'art. 1322 c.c., devono ritenersi valide ed efficaci, anche a prescindere dallo speciale procedimento disciplinato dall'art. 710 c.p.c., quando non varchino il limite di derogabilità consentito dall'art. 160 c.c.; per contro, alle pattuizioni convenute dai coniugi prima del decreto di omologazione e non trasfuse nell'accordo omologato, può riconoscersi validità solo quando assicurino una maggiore vantaggiosità all'interesse protetto dalla norma (ad esempio concordando un assegno di mantenimento in misura superiore a quella sottoposta ad omologazione), o quando concernano un aspetto non preso in considerazione dall'accordo omologato e sicuramente compatibile con questo in quanto non modificativo della sua sostanza e dei suoi equilibri, o quando costituiscano clausole meramente specificative dell'accordo stesso, non essendo altrimenti consentito ai coniugi incidere sull'accordo omologato con soluzioni alternative di cui non sia certa a priori la uguale o migliore rispondenza all'interesse tutelato attraverso il controllo giudiziario di cui all'art. 158 c.c.

Cass. n. 2788/1991

L'accordo con il quale i coniugi pongono consensualmente termine alla convivenza può anche riguardare rapporti non immediatamente riferibili, né collegati in relazione causale al regime di separazione o ai diritti ed agli obblighi del perdurante matrimonio (cosiddette convenzioni familiari caratterizzate da un sostanziale parallelismo di volontà ed interessi) e pertanto può anche consistere in una transazione, ove ne rispecchi i requisiti di forma e di sostanza, sempre che non comporti una lesione di diritti inderogabili.

Cass. n. 1208/1985

In tema di separazione consensuale dei coniugi, l'art. 158 (nuovo testo) c.c., prevedendo il rifiuto dell'omologazione per il caso di accordi sul mantenimento dei figli in contrasto con gli interessi dei medesimi, conferisce al giudice il potere - dovere di controllare i suddetti accordi anche nel merito, e non solo cioè in relazione all'eventuale contrasto con inderogabili principi di ordine pubblico. Ciò comporta che i patti, con cui i coniugi definiscano nel suo complesso il mantenimento del nucleo familiare, includente figli minori, e non si limitino quindi a regolamentare i rapporti patrimoniali fra loro, restano inefficaci qualora vengano sottratti al vaglio dell'omologazione, sia perché non compresi fra le clausole della separazione, sia perché concordati in un momento successivo alla sua omologazione.

Cass. n. 3940/1984

Poiché ciascuno dei coniugi ha il diritto di condizionare il proprio consenso alla separazione personale ad un soddisfacente assetto dei propri interessi economici, sempre che in tal modo non si realizzi una lesione di diritti inderogabili, è valido un contratto preliminare con il quale uno dei coniugi, in vista di una futura separazione consensuale, promette di trasferire all'altro la proprietà di un immobile, anche se tale sistemazione dei rapporti patrimoniali avviene al di fuori di qualsiasi controllo da parte del giudice che provvede all'omologazione della separazione, purché tale attribuzione non sia lesiva delle norme relative al mantenimento ed agli alimenti e ciò a prescindere dalle condizioni economiche del coniuge beneficiario, una volta che il diritto al mantenimento di quest'ultimo sia stato così riconosciuto dal coniuge obbligato.

Cass. n. 3323/1982

I fatti antecedenti alla separazione consensuale possono essere invocati da un coniuge, al fine di conseguire un mutamento del titolo della separazione con pronuncia di addebitabilità a carico dell'altro coniuge, solo quando deduca e dimostri di averli conosciuti dopo detta separazione consensuale.

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Quesiti degli utenti
relativi all'articolo 158 Codice civile

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ANONIMO chiede
martedì 29/03/2016 - Emilia-Romagna
“Gent.ma Redazione Brocardi,
vi scrivo per un consiglio sulla mia situazione inerente ad una separazione da convivenza “more uxorio” di lungo periodo con prole.
Io e la mia ex compagna ci siamo già rivolti ai nostri rispettivi legali per definire la gestione della bambina che ad oggi ha solo OMISSIS, ma vedo che ci sono alcune divergenze sulle premesse della separazione che lei non vuole siano scritte, mentre il mio legale dice che sono ininfluenti e quindi posso anche tralasciarle. Vorrei sentire diciamo, un terzo parere disinteressato.
Praticamente dopo anni di convivenza ci nasce una figlia. Dopo un anno dalla nascita lei si sente trascurata e depressa e pensa bene di accettare le avance di un amico di vecchia data OMISSIS.
Dopo OMISSIS di allontanamenti, telefonate nascoste, messaggini, sparizioni e misteri, finalmente mi sveglio e scopro che la storia clandestina durava da ormai OMISSIS e che avevano pure affittato una nuova abitazione come loro alcova.
La nostra “famiglia” abitava in un appartamento di mia proprietà dove lei ha tutt’ora la residenza e le spese di gestione erano e sono sempre state tutte a mio carico.
Ora il mio legale mi dice che il rischio che sto correndo è quello che la madre potrebbe diventare collocataria di mia figlia presso il mio appartamento e dover lasciare io la casa; e che sta facendo in modo, con un affido condiviso e io genitore collocatario, che lei se ne vada di casa (e che vada nella sua affittata).
Nell’accordo però lei non vuole che sia scritto che formalmente aveva già iniziato una nuova convivenza, mentre io lo vedo oltre che la verità anche come un parafulmini nel caso ci fossero legalmente degli appigli da parte sua per intaccare il mio stato patrimoniale.
Vorrei chiedervi un inquadramento giuridico della mia situazione e che rischi sto correndo.
Fermo restando il bene della bambina.
OMISSIS”
Consulenza legale i 07/04/2016
Per rispondere al quesito in esame è in primo luogo necessario fare una osservazione preliminare. La giurisprudenza ha spesso precisato che l'infedeltà di uno dei partner (sia che essi siano legati da un vincolo matrimoniale o che semplicemente convivano more uxorio) non implica necessariamente una inadeguatezza genitoriale atta a giustificare l'affidamento esclusivo, e non motiva nemmeno una limitazione del tempo trascorso dall'uno o dall'altro genitore con i propri bambini (tra le molte, Tribunale di Milano, sent. 9 luglio 2015). In altre parole, il fatto che una persona sia un pessimo compagno non implica che sia al contempo un pessimo genitore.
Occorre pertanto considerare che l'affido condiviso (ossia ad entrambi i genitori) costituisce ormai la regola, infatti generalmente la casa coniugale viene assegnata al genitore presso il quale il minore è prevalentemente collocato.
Nel caso concreto il giudice, vista la minore età della bambina, tenderà a disporre la collocazione di quest'ultima presso la madre ma con affido congiunto, e quindi con possibilità per il padre di vederla e trascorrere tempo con lei in base a quanto verrà stabilito nel provvedimento giudiziale.
Infatti "la convivenza more uxorio, quale formazione sociale che porta alla nascita di un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata. Il diritto di continuare ad abitare la casa familiare viene attribuito dal giudice al coniuge (o al convivente) affidatario del figlio minorenne, qualora ne sussistano i presupposti di legge, ed è tale da comprimere temporaneamente, cioè fino al raggiungimento della maggiore età dell’indipendenza economica dei figli, il diritto di proprietà' o di godimento di cui sia titolare o contitolare l’altro genitore, in vista dell’esclusivo interesse della prole alla conservazione, per quanto possibile, dell’habitat domestico anche dopo la separazione dei genitori" (così Cass. SS.UU. 29 settembre 2014 n. 20448).
In pratica, anche nelle convivenze di fatto, in presenza di figli minorenni o di figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti nati dai due conviventi, l’immobile adibito a casa familiare viene assegnato al genitore affidatario dei figli anche se non proprietario dell’immobile, conduttore o comunque autonomo titolare di una posizione giuridica qualificata rispetto all’immobile.
Il genitore affidatario dei figli minorenni o dei figli maggiorenni non ancora economicamente autosufficienti giuridicamente assume la qualità di detentore qualificato dell’immobile e, pertanto, può esercitare il diritto di godimento su di esso in una posizione del tutto assimilabile a quella del comodatario, anche quando proprietario esclusivo sia l’altro convivente (tra le molte, Cass. SS.UU. 29 settembre 2014 n. 20448; Cass. 11 settembre 2015 n.17971).
Per poter ottenere la collocazione prevalente della figlia e conseguentemente l'assegnazione della casa lo scrivente dovrà riuscire allora a dimostrare l'incapacità della donna di adempiere ai propri doveri genitoriali. Non conoscendo nello specifico le dinamiche della coppia si può comunque affermare in via generale che, a meno che la donna non abbia commesso particolari mancanze nei confronti della figlia, sarà difficile ottenere tale risultato.
Tuttavia, ricollegandosi alla questione dell'appartamento preso in affitto dalla ex compagna, qualche possibilità di riuscita potrebbe magari essere offerta nel caso in cui lo scrivente riesca a dimostrare una convivenza continuativa della ex compagna con il suo nuovo partner in tale immobile, iniziata precedentemente alla separazione dallo scrivente, ma dovrebbe trattarsi appunto di una convivenza continuativa e non di semplici incontri (anche se frequenti).
In via conclusiva può quindi affermarsi che, qualora lo scrivente non riesca a dimostrare una particolare incapacità della ex compagna di svolgere adeguatamente le sue funzioni genitoriali, molto probabilmente il giudice assegnerà alla donna la casa familiare affinché possa viverci con la figlia.
Tuttavia questa situazione non è permanente, ma può mutare (cioè lo scrivente potrà chiedere la restituzione del proprio immobile) in presenza di alcune situazioni che per l'ordinamento giuridico giustificano la restituzione dell'immobile al suo proprietario:
a) Nel momento in cui non sussistono più le condizioni che giustificano l'assegnazione della casa familiare, e cioè se con il genitore affidatario non convivano più figli minori o figli maggiorenni non autosufficienti. Infatti "tale 'ratio' protettiva, che tutela l'interesse dei figli a permanere nell'ambiente domestico in cui sono cresciuti, non è configurabile in presenza di figli economicamente autosufficienti, sebbene ancora conviventi, verso i quali non sussiste, invero, proprio in ragione della loro acquisita autonomia ed indipendenza economica, esigenza alcuna di speciale protezione" (tra le molte, Cass. 5857/2002; 25010/2007; 21334/2013). "Devesi - per il vero - considerare, in proposito, che l'assegnazione della casa familiare al coniuge affidatario risponde all'esigenza di tutela degli interessi dei figli, con particolare riferimento alla conservazione del loro 'habitat' domestico inteso come centro della vita e degli affetti dei medesimi, con la conseguenza che detta assegnazione non ha più ragion d'essere soltanto se, per vicende sopravvenute, la casa non sia più idonea a svolgere tale essenziale funzione" (così Cass., sent. 22 luglio 2015, n. 15367).
b) Nel caso in cui sopravvenga un urgente ed imprevedibile bisogno del proprietario dell'immobile (cioè dello scrivente) ai sensi dell'art. 1809 comma 2 c.c. Ovviamente il bisogno deve essere serio e non artificiosamente indotto, come ad esempio nel caso di un grave deterioramento delle condizioni economiche dello scrivente. Se quindi per esempio quest'ultimo versa in una grave situazione economica potrebbe esigere la restituzione dell'immobile, anche in presenza di un figlio minore, qualora l'ex compagna si trovi invece in una situazione di indipendenza economica e (come nel caso di specie) possieda o comunque possa affittare una abitazione per sé e per la figlia.

Christian P. chiede
domenica 10/07/2011 - Toscana

Sono separato legalmente da gennaio 2010. Da 2 mesi ci siamo riconciliati. Per ritornare coniugati si deve andare di nuovo davanti al giudice? Grazie”

Consulenza legale i 22/07/2011

L’intervenuta riconciliazione, per espresso accordo delle parti o per comportamenti concludenti quali la ripresa della convivenza coniugale – dovendosi la volontà riconciliativa manifestarsi concretamente con la ricostituzione del consorzio familiare, attraverso il complesso dei rapporti materiali e spirituali tra i coniugi che caratterizzano il vincolo matrimoniale (v. Cass. civ. del 1987, n. 72) - fa cessare lo stato di separazione concreta tra i coniugi e, se avvenuta dopo la pronuncia di una sentenza che accerta la separazione giudiziale ne fa sospendere gli effetti ex art. 157 del c.c.senza che sia necessario l’intervento del giudice”. La sentenza di divorzio, invece, è irrevocabile, a differenza della sentenza di separazione, le parti d’accordo tra di loro non potrebbero farne cessare gli effetti.

In aggiunta, un ulteriore rilievo: posto che ai sensi dell’art. 191 del c.c. la separazione personale dei coniugi costituisce causa di scioglimento del (eventuale) regime di comunione legale, una volta rimossa con la riconciliazione tale causa, si ripristina automaticamente tra le parti il regime di comunione originariamente adottato, con esclusione degli acquisti effettuati durante il periodo di separazione (Cass. civ., 12.11.1998, n. 11418; per la non opponibilità al terzo che ha acquistato in buona fede e a titolo oneroso dal coniuge che figurava esclusivo proprietario, successivamente alla riconciliazione v. Cass. civ. 5.12.2003, n. 18619).


Annunziata R. chiede
giovedì 28/04/2011 - Calabria
“E'possibile modificare l'atto di omologazione in una separazione consensuale nella parte in cui recita:"La moglie, non vivendo nella casa coniugale, asporterà suppellettili, regali personali, beni dotali ed effetti personali propri e della figlia con lei convivente"?
La coniuge è stata informata che non è possibile modificare questa parte e che per questo motivo non può recuperare i suelencati beni in quanto nella stessa omologa non vengono specificati per ogni singolo oggetto personale.”
Giorgio B. chiede
martedì 21/09/2010

“Ha valore contrattuale il deposito della separazione consensuale prima dell'omologa del giudice?”

Consulenza legale i 28/12/2010

La separazione consensuale è caratterizzata dalla manifestazione da parte dei due coniugi di un consenso a vivere separati (cd. contenuto essenziale dell'accordo di separazione), nonché da una serie di ulteriori eventuali pattuizioni che regolamentano il nuovo stato di vita separata (per es. determinazione dell'assegno di mantenimento, affidamento della prole, disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario etc...).

La semplice espressione del consenso non è produttiva di alcun effetto giuridico in mancanza della omologazione del Tribunale competente.

Le pattuizioni antecedenti o contemporanee all'accordo omologato sono efficaci solo se non interferiscono con quest'ultimo (perché riguardano aspetti in esso non disciplinati o specificano aspetti secondari) ovvero se attuano in maniera uguale o migliore gli interessi tutelati, come per l'assegno di mantenimento concordato in misura superiore a quella sottoposta ad omologazione. Anche le pattuizioni successive all'omologazione sono valide purché non superino il limite di derogabilità dei diritti e dei doveri nascenti dal matrimonio fissati dall'art. 160 del c.c.. Tali pattuizioni possono anche integrare una transazione (così Cass. 03/10794). La mancata omologazione della separazione non incide sulla validità ed efficacia delle pattuizioni di natura meramente patrimoniale stipulate in occasione della separazione.


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