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Articolo 5

Codice Civile

Atti di disposizione del proprio corpo

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Dispositivo dell'art. 5 Codice Civile

Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica (1), o quando siano altrimenti contrari alla legge (579 c.p.), all'ordine pubblico o al buon costume (32 Cost.) (2).

Note

(1) Il diritto all'integrità fisica è il diritto al godimento del proprio organismo nella sua interezza e sanità naturale (così Bianca). E' diritto assoluto, irrinunziabile ed indisponibile.
L'atto dispositivo è in generale vietato, salva la legittimità dello stesso qualora rispetti i limiti previsti dall'art. in questione. Il consenso prestato per un atto legittimo può comunque in ogni tempo essere revocato dal consenziente.
Il limite di carattere speciale, sancito dalla norma, pone la menomazione irreversibile quale discrimen tra ciò che è ammissibile (es. la donazione del sangue, espressamente consentita e disciplinata dalla L. 592/1967) e ciò che è vietato (es. il trapianto di cornea di persona vivente, che pregiudicherebbe irrimediabilmente la funzione della vista. La legge n. 458/1967 consente il trapianto del rene tra persone viventi. Ai sensi della l. 483/1999, inoltre, è ammesso, in deroga al divieto di cui all'art. 5 c.c., disporre a titolo gratuito di parti di fegato al fine esclusivo del trapianto tra persone viventi.

(2) Nella seconda parte della norma si ritrova un limite di carattere generale: gli atti di disposizione contrari ai principi generali dell'ordinamento (ordine pubblico) e ai precetti morali dominanti in un certo momento storico (buon costume), oltre a quelli espressamente vietati dalla legge, sono illegittimi.
Il soggetto vivente ha, poi, un potere (per la Giurisprudenza si tratta di un diritto non patrimoniale e personalissimo) sul proprio (futuro) cadavere in ordine al trattamento da riservare ad esso (sepoltura, cremazione di cui alla L. 130/2001) e alla destinazione a trapianto di determinati organi. I trapianti di organi da cadavere a scopo terapeutico sono ora disciplinati dalla L. 91/1999, prevedendosi (art. 4 della precitata L.) che i cittadini «sono tenuti a dichiarare la propria libera volontà in ordine alla donazione di organi e di tessuti del proprio corpo successivamente alla morte» e che «la mancata dichiarazione di volontà è considerata quale assenso alla donazione».
Per il diritto all'autodeterminazione delle persone in cui sia sopravvenuta l'incapacità del paziente stesso, si richiamano la "Convenzione di Oviedo sui diritti dell'uomo e la biomedicina" del 1997, ratificata dall'italia con L. 145/2001 e la sentenza Cass. 21748/2007 sul noto "caso Englaro".


Ratio Legis

La norma introduce la materia dei cd. diritti della personalità, che trovano spazio nella seconda parte del titolo I, insieme ad altri diritti fondamentali quali il diritto al nome e all'immagine: materia magmatica, in continua evoluzione, ma garantiti anche dalle ampie formulazioni presenti nella Carta costituzionale. Tale materia ha infatti un rilievo storico: il Codice approvato in epoca fascista (16 marzo 1942) pose alcune basi per ciò che pochi anni più tardi verrà specificamente ripreso nella Costituzione repubblicana. Già secondo l'ideologia del regime risultava essenziale tutelare l'individuo nei suoi valori essenziali (sebbene l'impedire gli atti di disposizione del corpo mirasse in primis a non indebolire l'integrità del singolo, e quindi della stirpe, onde rafforzare la potenza dello Stato).

Relazione al Codice Civile

(Relazione del Ministro Guardasigilli Dino Grandi al Codice Civile del 4 aprile 1942)

37L'art. 5 del c.c. risolve il problema della liceità degli atti di disposizione del proprio corpo.
Ispirandosi ad imprescindibili esigenze di carattere morale e sociale, il nuovo codice vieta tali atti non solo quando siano contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume, ma anche quando cagionano una diminuzione permanente dell'integrità fisica.

Sentenze relative a questo articolo

Cass. n. 23676/2008

Il paziente che, per motivi religiosi (o di diversa natura), intendesse far constare il proprio dissenso alla sottoposizione a determinate cure mediche, per l'ipotesi in cui dovesse trovarsi in stato di incapacità naturale, ha l'onere di conferire ad un terzo una procura "ad hoc" nelle forme di legge, ovvero manifestare la propria volontà attraverso una dichiarazione scritta che sia puntuale ed inequivoca, nella quale affermi espressamente di volere rifiutare le cure quand'anche venisse a trovarsi in pericolo di vita.

Il paziente ha sempre diritto di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte; tuttavia, il dissenso alle cure mediche, per essere valido ed esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco ed attuale: non è sufficiente, dunque, una generica manifestazione di dissenso formulata "ex ante" ed in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, ma è necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure. (Nella specie la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha ritenuto che non ricorressero le condizioni per un valido dissenso in un caso in cui era risultato da un cartellino, rinvenuto addosso al paziente, testimone di Geova, al momento del ricovero, in condizioni di incoscienza, che recava l'indicazione "niente sangue", appunto perché la manifestazione di volontà non risultava essere stata raccolta, in modo inequivoco, dopo aver avuto conoscenza della gravità delle condizioni di salute al momento del ricovero e delle conseguenze prospettabili in caso di omesso trattamento).

Cass. n. 21748/2007

In tema di attività medico-sanitaria, il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente non incontra un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita. Di fronte al rifiuto della cura da parte del diretto interessato, c'è spazio ? nel quadro dell'«alleanza terapeutica» che tiene uniti il malato ed il medico nella ricerca, insieme, di ciò che è bene rispettando i percorsi culturali di ciascuno ? per una strategia della persuasione, perché il compito dell'ordinamento è anche quello di offrire il supporto della massima solidarietà concreta nelle situazioni di debolezza e di sofferenza; e c'è, prima ancora, il dovere di verificare che quel rifiuto sia informato, autentico ed attuale. Ma allorché il rifiuto abbia tali connotati non c'è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico. Né il rifiuto delle terapie medico-chirurgiche, anche quando conduce alla morte, può essere scambiato per un'ipotesi di eutanasia, ossia per un comportamento che intende abbreviare la vita, causando positivamente la morte, giacché tale rifiuto esprime piuttosto un atteggiamento di scelta, da parte del malato, che la malattia segua il suo corso naturale.

Il consenso informato costituisce, di norma, legittimazione e fondamento del trattamento sanitario: senza il consenso informato l'intervento del medico è, al di fuori dei casi di trattamento sanitario per legge obbligatorio o in cui ricorra uno stato di necessità, sicuramente illecito, anche quando è nell'interesse del paziente; la pratica del consenso libero e informato rappresenta una forma di rispetto per la libertà dell'individuo e un mezzo per il perseguimento dei suoi migliori interessi. Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma ? atteso il principio personalistico che anima la nostra Costituzione (la quale vede nella persona umana un valore etico in sé e guarda al limite del «rispetto della persona umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell'integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive) e la nuova dimensione che ha assunto la salute (non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza) ? altresì di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale.

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I. – L’inquadramento della reputazione all’interno della categoria dei diritti della personalità. Ricostruzione di una tradizionale “enunciazione” giuridica. – II. La crisi dell’impianto giuridico dei diritti della personalità. – III. Le declinazioni della reputazione nel sistema del diritto civile.

(continua)